Al Ministero proibito dire Torlonia, in “Il Giornale dell’Arte”, 380, Torino, novembre 2017

Cos’è un “risultato storico”? È una roba di quelle talmente importanti da diventare pietre miliari, tipo il memorandum del 5 ottobre 1954 che restituiva Trieste all’Italia, o gli accordi di Parigi del 27 gennaio 1973 che fecero finire la guerra del Vietnam. Roba così. Oppure, a volar bassi, la firma di Ferlaino sul passaggio di Maradona dal Barcellona al Napoli, per dire: anno 1984. Invece a occhio e croce l’accordo del 15 marzo 2016 non è tra le date che figureranno in questa categoria, anche se nel mondo ormai marginalissimo delle arti avrebbe potuto essere una vera conflagrazione.

La Fanciulla Torlonia

La Fanciulla Torlonia

Dunque, quel radioso martedì al Mibact eran lì tutti che gongolavano. Finalmente la Fondazione Torlonia e il Ministero sottoscrivevano un accordo per “restituire al pubblico” la leggendaria collezione Torlonia, la privata più grande al mondo d’antichità classiche con capolavori provenienti da gente come i Giustiniani e Bartolomeo Cavaceppi: fino agli anni settanta pieni era esposta in via della Lungara, poi i Torlonia – gente prevalentemente d’affari: il che, beninteso, è in sé ineccepibile – nel 1976 decisero che nell’edificio, ovviamente di loro proprietà, stavano meglio degli appartamenti di lusso e il tutto finì in magazzino. Antonio Cederna, uno che faceva il paladino dei beni culturali anche se non andava a caccia di voti, piantò un gran casino, e l’unica reazione degna di nota, prontissima more italico, venne nel 2002 con un disegno di legge peregrino la sua parte che mirava alla confisca delle opere per metterle al Museo di Roma alla Pantanella in via dei Cherchi. Poi più niente. Nel secolo nuovo si è succeduta una raffica di ministri (val pena elencarli, giusto per rinfrescare la desolazione: Urbani Buttiglione Rutelli Bondi Galan Ornaghi Bray) e di sindaci romani (Rutelli Veltroni Alemanno Marino e la già mitica Raggi) ma pareva brutto mettersi lì a dipanare una matassa che nelle more si era un po’ incancrenita. E poi bisognava sapere di cosa si stava parlando: un po’ come per l’altra proprietà della famiglia, villa Albani, che tra Mengs e Winckelmann fa parte della stessa storia pazzesca ma è meglio guardarla solo da fuori e accontentarsi di celebrarla come “polmone verde”.

Dunque, finalmente arriva il “risultato storico”, che è l’accordo tra lo Stato e i Torlonia. Gli annunci sono reboanti. Intanto entro il 2017 una grande mostra “negli spazi di palazzo Caffarelli a Roma, negli ambienti dell’ex Museo nuovo, al quale seguiranno almeno altre due tappe all’estero. Al loro rientro in Italia questa selezione [il comunicato ufficiale dice proprio così] di opere, insieme alle altre nel frattempo restaurate, troverà collocazione in una sede adeguata al prestigio della collezione che verrà individuata d’intesa tra le parti”: minister dixit.

Solo che. Solo che non è che uno esulta per una firma e basta: poi, come si dice in Emilia, bisogna fare i fatti e, aggiunge il mio animo contadino, magari aiuta anche mettere sul tavolo qualche euro. Il 2017 sta finendo e sul fronte caffarelliano (un posto chiuso da una sessantina d’anni: così, giusto per)  tutto tace, per non dire delle “almeno altre due tappe” – e naturalmente non potevano che essere New York e Parigi: a parole, la grandeur è gratis – di cui si son perse le tracce. Dopo la grande mostra la “sede adeguata” è sempre lì che “verrà individuata”: dallo storico 15 marzo 2016 il sito del Mibact non nomina più la parola Torlonia.

Ma nel frattempo incombono le elezioni, inutile star qui ad affannarsi ché tra qualche mese parte un altro giro di valzer e sarebbe brutto far regali ai successori, soprattutto stavolta che non si capisce chi danzerà davvero e tutte le attuali parti in commedia sembrano un festival di lame ducks. Se ne riparla con calma, tanta, immagino. E intanto la pazzesca Fanciulla Torlonia guarda il futuro con i suoi occhi vuoti e continua a non vedere niente.