Max Beckmann. Welttheater, Kunsthalle Bremen, sino al 4 febbraio 2018

Nato secessionista, Beckmann è un caso anomalo e vitale dell’arte tra le due guerre, esponente primario del percorso tedesco che assai poco, e non in modo ancillare, guarda a Parigi.

Beckmann, Selbstbildnis als Clown, 1921

Beckmann, Selbstbildnis als Clown, 1921

Naturalmente è cruciale il suo guardare all’espressionismo – ma mantenendo sempre salda la convinzione che la pittura è rappresentazione, rapporto, pur agonistico e sovversivo, con il mondo – e il mantenere sempre tesa la tensione civile, il senso di responsabilità che lo guida: è così negli anni lacerati della prima guerra mondiale, e poi soprattutto nella sua declinazione ruvida della nuova oggettività. Non gli interessa essere moderno, gl’importa piuttosto calarsi e sentirsi testimone lucido del proprio essere nella storia.

Per questo non si preoccupa soverchiamente di questioni come l’appropriatezza stilistica e mira piuttosto a recuperare e delucidare l’anima di un’identità pittorica tedesca in cui retaggi antichi, il visionario, il grottesco, la retorica stessa della scena storica, si fondono con la consapevolezza che, scrive, “solo in questo miscuglio di sonnambulismo e spietata lucidità si può ancora vivere, se non si vuole diventare stupidi come bestie, in quest’epoca in cui tutti i concetti sono capovolti”.

Beckmann, Schauspieler-Triptychon, 1941-1942

Beckmann, Schauspieler-Triptychon, 1941-1942

Naturalmente nel 1933, nella stagione in cui il suo ruolo è già carismatico nell’ambiente tedesco, l’avvento del nazismo chiude – o crede di chiudere – anche la partita di Beckmann. Ma da “degenerato” e esule, prima a Amsterdam, dove i suoi trittici si fanno teatralizzazioni sempre più paradossali e livide dell’inanità della storia, e poi a New York, dove vive da vero sradicato gli ultimi anni, il suo rovello feroce continua ad alimentarsi.