Claudio Olivieri. “La luce è sempre la prima luce”, Osart, Milano, sino al 17 febbraio 2018

Giunge molto opportuna questa mostra di opere storiche di Olivieri, una delle presenze maggiori dell’arte italiana del secondo dopoguerra.

Olivieri, Knossos, 1981

Olivieri, Knossos, 1981

Viene presentata una scelta di quadri prevalentemente degli anni ottanta: scelta molto opportuna, dal momento che l’artista è storicamente avaro di esposizioni, che distilla con grande severità, e che ormai un’intera generazione del pubblico e della critica, troppo giovane per aver assistito alle sue grandi mostre d’allora, dalle Biennali del 1980, 1986, 1990 – per non dire di Documenta 1977 – a quelle al PAC di Milano, 1982, e alla Galleria Civica di Modena, 1983, non ha potuto averne contezza in anni vicini a noi.

Doppiato il capo concettoso della stagione analitica, nella quale anch’egli è implicato, Olivieri lavora finalmente sulla distillazione della propria più tesa anima di colorista: non matière-couleur, ma totalmente couleur-lumière, ovvero epifania della sua radicalmente essenziale ragione interna, che decide del vedere stesso, dell’esistere e dell’apparire.

Filtrano, in queste tele straordinarie, memorie grandi d’antico: non solo “Prassitele mi fece capire che la luce non si posa sul mondo, ma lo rivela fondandolo”, come si legge in una delle sue straordinarie riflessioni aforistiche di cui si attende a breve una nuova pubblicazione, ma aggallano qui filigrane di grande Maniera, di un antico dell’arte che non è solo guardare alla storia pittorica maggiore, ma pienamente riviverla.

Olivieri, Eremita, 1987

Olivieri, Eremita, 1987

Autore indefinibile – è evidente che il compound della pittura analitica gli va troppo stretto, e soprattutto è in radice incongruente – e sovranamente eccentrico, Olivieri pensa e fa altrimenti pittura: altrimenti da quasi tutto: nel tempo breve delle cronache ciò è forse un limite, ma nel tempo vero dell’arte lunga ne fa pressoché un unicum.