Odore di Picasso, in “Il Giornale dell’Arte”, 379, Torino, ottobre 2017

È andata puntualmente come doveva andare. La supermostra totale globale universale di Picasso, una sessantina di iniziative sparpagliate qua e là tra Francia ed Europa, isole comprese come diceva quello là, non è che ci abbia portato chissà quali occasioni illuminanti.

In compenso ha determinato qualche situazione buffa, con due gocce di paradosso per insaporire. L’iniziativa che mi ha divertito di più è la “Saison Picasso” che hanno dovuto inventarsi a Rouen. Da anni e anni avevano lì Le Boisgeloup, il castellotto dove Picasso ha passato del tempo tra il 1930 e il 1937, ma essendo privato non è che ci si potesse inventare una qualche forma di pellegrinaggio. Per di più siamo in Normandia ma neanche vicini al mare: Picasso non l’aveva mica scelto per quello, dacché convincere uno come lui, nato a Malaga e mediterraneo sin nelle fibre più recondite, che quella roba là è mare era ben difficile.

Brassaï, Boisgeloup. 1932

Brassaï, Boisgeloup. 1932

Vabbé, si dicono quelli di Rouen, che della zona è il capoluogo. Anche se Boisgeloup è distante dalla città all’incirca come da Parigi, una cinquantina di chilometri, abbiamo l’occasione per spararci il nostro agognato pluripicasso, e facciamo un figurone. Basta sfumare un po’ sul fatto che il luogo era più o meno una casa da weekend dove Picasso andava qualche volta con Olga e il figlio Paul, più spesso con la ventenne Marie-Thérèse di cui s’era incapricciato, e magari qualche volta anche con la fiamma successiva, Dora Maar, ed enfatizzare la crucialità dell’atelier Picasso di qui, e il gioco è fatto. Dunque, uno s’aspetta le cose nate a Boisgeloup – non molte in verità, perché anche se era un lavoratore compulsivo ossessivo, a occhio quando stava lì con la ventenne anche Picasso pensava ad altro –, gli straordinari testoni in gesso di Marie-Thérèse e roba così, e si ritrova nell’ordine: 1) a Boisgeloup, aperto al pubblico giusto per pochi giorni, una personale di Joe Bradley, uno nato nel Maine e sbarcato qui per l’occasione, ma che casualmente lavora con l’imperversante Gagosian, con contorno di alcune opere di  Dan Graham, Richard Prince, Julian Schnabel e Jeff Koons (ettepareva) sparse qua e là, con la commemorazione del de cuius affidata a, giuro, riproduzioni di fotografie tratte dall’archivio di Olga; 2) al Musée des Beaux-Arts un pot-pourri di cose minori, letteralmente raccattate qua e là; 3) al Musée de la Céramique una “selezione inedita” – fa tenerezza che pur di spendere la parola magica “inedito” si sono dovuti fare questa arrampicata sugli specchi – di opere in ceramica di Picasso, nate come ognun sa molti anni dopo e a Vallauris, cioè a oltre mille chilometri di distanza; 4) al Musée Le Secq des Tournelles, meraviglioso museo storico dell’arte del ferro (la cosa divertente è che Henri Le Secq faceva il grande fotografo ma collezionava ferri battuti), la mostra “González / Picasso: une amitié de fer”, in cui il genio grande è presente con, udite udite, un taccuino contenente anche tre disegni dell’amico, e per fortuna almeno il genio piccolo – quando la smetteranno di considerare González il fabbro personale di Picasso sarà troppo tardi –  ha un bel gruppo di sculture, sorelle dei “dessins dans l’espace” che i due hanno avviato insieme pochi anni prima per il monumento ad Apollinaire. Fine.

Roba che l’epidemia nostrana dell’anno caravaggesco è stata tutta prima qualità, per dire: qui di Picasso si sente giusto l’odore, e poco. L’ampollosa comunicazione delle autorità locali che, Fedro docet, hanno una ranocchia ma vogliono farla sembrare un bue, si chiede: “Insediandosi in Normandia Picasso non seguiva forse le orme dei suoi predecessori illustri, Nicolas Poussin e Claude Monet?”. A occhio pensava piuttosto che, essendo er mejo fico der bigonzo, il minimo era comprarsi un castello per portarci ogni tanto, a turno, moglie e morose.