J.F. Millet, rétrospective, Musée des Beaux-Arts, Lille, sino al 22 gennaio 2018

Millet è il caso ottocentesco classico di un autore che, dotato di troppo pochi strumenti che diventare un pittore accademico sterilizzato e compito, finisce con lo scoprire che il suo stesso mondo è un genere perfetto.

Jean-François Millet, Des Glaneuses, 1857

Jean-François Millet, Des Glaneuses, 1857

Da contadino di nascita dovrebbe cambiar totalmente pelle, e invece i suoi contadini al lavoro, non più comprimari di arcadie galanti, prendono la scena: e sono eroi in un altro modo, di cui Millet celebra con grandezza pudica l’umanità piena.

Non è un pittore colto che fa il sociale, è un contadino che dice la sua realtà e ci mette un tasso di verità senza filtri di convenzione: Courbet, certo, aiuta, ma anche il ciglio umido con cui Millet guarda i suoi soggetti, che sono un continuo mediato autoritratto, e alla fin fine si arrestano all’ultimo passo prima della retorica.

Anticipatore di molte cose, Millet lavora sul limite fastosamente ambiguo tra naturalismo e realismo ed è il vero nume dei barbizonniers, il brodo di coltura i cui frutti più consapevoli sono, di lì a poco, Pissarro e compagni.

Jean-François Millet, L'Angélus, 1857-1859

Jean-François Millet, L’Angélus, 1857-1859

È, certo, pienamente un pittore di soggetti, ma da subito non di quelle che Aurier chiama le “verruche della natura”. Abbrevia, sintetizza, e capisce, soprattutto, la luce.

A fianco è stata posta la mostra “Millet USA”, omaggio a chi gli ha fatto omaggio oltreoceano, dove si coltiva un mito specifico dell’artista: ci sono, com’è ovvio, artisti come  Dorothea Lange e Hopper: ma cosa diavolo c’entri un cervellotico barocco come Mat Collishaw, è faccenda oscura.