Chaïm Soutine. Retrospettiva, Museo Puškin, Mosca, sino al 21 gennaio 2018

Soutine era un ebreo bielorusso, ed è occorso un po’ di tempo prima che fosse possibile dedicargli una mostra in Russia, visto che aveva pure studiato a Vilnius, altro luogo storicamente problematico per il mondo russo.

Soutine, Roue à Cagnes. 1924

Soutine, Roue à Cagnes. 1924

Finalmente l’iniziativa ora viene, ed è importante. Dal punto di vista delle politiche culturali non so, ma da quello della pittura sicuramente sì: anche perché qui da noi i rollii e i beccheggi del gusto l’hanno messo un po’ in ombra, come periodicamente accade.

Eppure rispetto all’altro grande ebreo di quelle parti, Chagall, Soutine porta in dote un carattere che il connazionale non ha, una bruschezza e una causticità espressiva che spinge la figurazione, subito, alla discrepanza, e una disposizione alla violenza coloristica inusitata. Il suo mondo è lo stesso, per certi versi, di Modigliani, Kisling, Pascin, ma con in più un vitalismo estremo e, com’è uso dire, una fortuna che ne rende meno arduo l’itinerario ispido.

Soutine, Nature morte à la raie, 1923-1924

Soutine, Nature morte à la raie, 1923-1924

Soutine è amato – sopra ogni altro da Barnes (è lui il vero buon affare di Zborowski), il che è un’assicurazione sulla vita – e vezzeggiato dal mercato, è famoso: ma non acquietato, perché la sua ragion d’essere è vivere a un limite molto prossimo all’autodistruzione. Resta, al di là delle inevitabili aneddotiche sul personaggio, davvero un irregolare, e soprattutto un artista posseduto da una smania pittorica divorante.

La mostra lo riporta alla sua dimensione artistica pienamente europea, dal Greco a Rembrandt a Van Gogh, lasciando che i suoi natali non siano nulla più che un accidente storico. In effetti Soutine è fuori contesto, sempre, ed è il suo bello.