Con Dadamaino, passo dopo passo, catalogo, galleria Spazia, Bologna, dal 17 ottobre 2009

Anche le donne ‘bucano’ i quadri: l’indignato cronista milanese accoglie così Dadamaino – è il 31 dicembre 1959, il giornale è il “Corriere Lombardo” – e le sue opere  che, muovendo da un riferimento esplicito a Lucio Fontana, derogano alla convenzione spaziale e oggettuale del quadro affermando la propria alterità plastica.

Dadamaino, Il movimento delle cose, 1996, installazione alla galleria Spazia, Bologna, 2009

Dadamaino, Il movimento delle cose, 1996, installazione alla galleria Spazia, Bologna, 2009

Da tempo, ormai, l’artista opera nella cerchia di Manzoni e Castellani, partecipando in modo non marginale alle attività di Azimut e declinando in modo originale alcuni dei dettati che vi si predicano: acromia e monocromia, concreta fisicità dell’opera e violazione della pura qualificazione superficiale in nome di un intendimento anche quantitativo, e soprattutto, per dire proprio con Manzoni che ne presenta la mostra personale presso il padovano Gruppo N, nel 1961, operazioni che “non si accontentano di ‘dire diversamente’: dicono nuove cose”. Nei Volumi le tele sono grezze, o bianche, o nere, solcate da ovali d’ampia estensione o da cerchi iterativi, quasi a determinare una ulteriore cadenza plastica possibile dell’immagine. E sono imperfette, di folgorante irregolarità: il “non fare il quadro” – ch’è dettato dei tempi – opera in lei come effettiva renitenza alla fattura, al bon ton esecutivo, in una attuata posizione a-disciplinare che è, anche, compiuta indifferenza estetica. Dada è, né altrimenti potrebbe essere in un clima che vede montare la Monochrome Malerei, Zero, Nul, l’esplorazione dei territori percettivi da parte di Miriorama e Gruppo N, il formarsi di Nouvelle Tendance, attenta piuttosto al crudo dato percettivo: meglio, alla problematica percettiva dell’immagine rispetto a un’oggettività dell’opera, e a una sospensione estetica ricca d’umore concettuale, che già a quelle date paiono già valori centrali del suo operare.

I Volumi a moduli sfasati, e gli immediatamente successivi Oggetti ottico-dinamici, presentano esattamente tale caratteristica decisiva. Nel primo caso la perforazione iterativa della superficie, d’un materiale extra-artistico e in sé anestetico, sensualmente straniato, translucido, e la decisione di lasciare in vista il meccanismo operativo – la sovrapposizione dei telai e la pragmatica indifferenza fabrile dell’esecuzione – dicono che allo stesso tempo Dada rivendica una misura del fare precedente al far vedere e su esso prevalente, e insieme una qualità dello sguardo che, interrogandosi sulle proprie modalità, ragioni sull’idea stessa di campo visivo e sul fuoco mentale dell’esperienza estetica. Gli Oggetti ottico-dinamici sono a loro volta, per enunciato programmatico, oggetti, e allo stesso tempo inneschi di plurime situazioni in cui l’aspettativa di visione è posta in scacco, in sé ma soprattutto in rapporto alla convenzione artistica. Non c’è arroganza del metodo, non ideologia del pattern, non scientismo. Così partecipe e coinvolta senza remore nella ricerca, nella sperimentazione, Dada è, si avverte, allo stesso tempo estranea alle montanti e militanti proclamazioni palingenetiche in odore di tardo avanguardismo. Ha cose nuove da dire, appunto, certo diverse, non vecchi teatrini antiartistici o d’ottimismo progressivo da recitare. Anche il suo rapporto con nuove tecniche e nuovi materiali si riduce, in lei, a una laicissima, castissima essenzialità: serve, non serve; porta da qualche parte, non porta; è funzionale all’abbrivio concettuale, non lo è. Ciò emerge in modo nettissimo in uno dei suoi lavori più controversi e fascinosi del decennio ’60, la Ricerca del colore.

Dadamaino, Volume a moduli sfasati, 1960, particolare

Dadamaino, Volume a moduli sfasati, 1960, particolare

“Ritenendo gli accostamenti cromatici causati essenzialmente dall’insieme dell’intuizione e del gusto, ho trovato utile fare una effettiva ricerca dei colori atta a verificare il reale rapporto intercorrente fra essi. Ho così usato i sette colori dello spettro, ricercando fra essi il cromovalore medio, più il bianco, il nero ed il marrone. Dieci moltiplicato per dieci. Quindi per ciascuno la gradazione dal massimo al minimo su fondo di colore base, che è di quaranta varianti come media visibile. Risultano perciò cento tavolette di cm 20 x 20 contenenti 4000 tonalità. Ogni tavoletta è divisa in due parti con ottanta spazi alternati dal colore di fondo e da quello analizzato, in modo che per ogni tono è possibile la verifica del cromovalore”. Così Dada, annunciando l’esperienza estrema in cui è evidente la crucialità del processo, l’attenzione posta al tempo continuo, dilatato del fare, la tentazione di una sorta di illimite concettuale, rispetto alla pura strumentalità, a ben vedere, della nozione stessa di colore: il quale, in quanto non totalmente desensibilizzabile, non padroneggiabile solo dalla mente, ed evocante faccende per l’artista irritanti come la sensualità, l’emozione, il simbolo, o è riducibile per questa via a un totale e ripensabile controllo intellettuale, oppure va, come sarà di poi, semplicemente abbandonato al suo destino. Il tempo del fare, tempo mentale e manuale, nella Ricerca del colore impone una durata estesa, una concentrazione senza termine, quasi una scommessa sui limiti della tenuta interiore, nettamente prevalenti su qualsiasi ipotesi di intelligenza dell’effetto: quasi che a Dada importi più il suo fare che il nostro guardare, questo è certo. L’Inconscio razionale è infatti la chiusura dell’esperienza con il colore come matter dell’esercizio concettuale dell’artista, in favore di una concentrazione sul fare così razionalemte soggettivizzata, così decantata d’ogni umore che non sia il gioco della mente sul limite del collasso del senso, da ridursi agli stessi elementi primi del visivo per necessità, più che per scelta. Il fondo è superficie, bianca o nera: è cosa, è pittura, è pagina, a un tempo. La mano agisce in verticale o in orizzontale, indifferente, esorcizzando ogni implicazione di gesto, ogni fisiologia e biologia del fare. Traccia segni minimi, appena avvertibili, come barlumi di un poter essere del segno colti al momento genetico, quando ancora non vogliono essere qualcosa, e lì fermati. Sono segni irregolari, non trascrivono moti interiori né dicono. Si danno, e in quel loro darsi primario c’è tutto, a ridosso del vuoto. “Non sono per l’asettico nitore, né per la contemplazione muta o per il mistico isolamento…”, tiene a specificare Dada.

Dadamaino, I fatti della vita, installazione alla Biennale di Venezia, 1980

Dadamaino, I fatti della vita, installazione alla Biennale di Venezia, 1980

Cosa fa, il segno, identico a se stesso e irresponsabile del mondo? Questo pare chiedersi l’artista avviando il percorso d’esperienza straordinario che, attraverso l’Alfabeto della mente, porta ai Fatti della vita, proliferazione di tele e fogli abitati da segni di cui avverti il tempo concentrato e insieme totalizzante dell’esecuzione iterativa, un horror vacui che non tiene dell’estetico ma della plenitudine dell’avvertirsi al fare e al vivere. Le lettere dell’Alfabeto sono queste, e in questo numero. Potrebbero essere altre, in numero diverso. Non hanno caratteristiche né autorità significativa, non dicono e non vogliono niente. Esistono perché si danno, perché Dada le traccia, in quelle sue giornate in cui il segnare si fa pienezza di respirazione, di pensiero, fluenza illimite ed estrema, per la quale mi è sempre piaciuto immaginare la parentela vera non con umori luterani à la Opalka o à la Darboven, e piuttosto con la dispersione boettiana del senso per saturazione. “Per un anno ripetei il medesimo segno… So soltanto che un unico segno va ripetuto fino a riempire lo spazio che mi sono data…”. I Fatti della vita, plenitudine temporale fatta assedio spaziale, non sono “un diario, ma un’accumulazione di fogli. Non avevo nulla da registrare, se non le pulsioni del momento”: il suo horror vacui è spaziale solo in quanto temporale, esistenziale, solo in quanto riguarda una totalità possibile, il vivere e sentirsi vivere attraverso il segnare.

Poi vengono le Costellazioni, e in unica sequenza, al di là delle denominazioni, il rattrarsi ulteriore del segno a crampo psichico e grafico deidentificato, in favore di un ancor più cercato, accolto, esplicitato senso di temporalità indeterminata del fare: in cui è decisivo, per Dada l’abbandonare la misura della superficie piana convenzionalmente pittorica, dopo averla estesa a dimensioni prevalenti su ogni possibilità di padronanza visiva e corporea, in favore del recupero dell’idea antica di volumen, di rotolo che man mano l’artista svolge lavorando e riavvolge una volta segnato, fisicizzando così in modo definitivo l’idea del tracciare come hic et nunc fisico, affettivo, razionale, all’interno d’un tempo e d’uno spazio di misura non limitata e non limitabile. Passo dopo passo, Sein und Zeit… le titolazioni stesse, come un tempo, riportano a una suggestione di azione, e di durata, ormai in assenza di previsione di sguardo. Non serve che l’artista, e lo spettatore con lei, veda ciò che è stato segnato. E’ sufficiente che sappia ciò che è accaduto. La traccia in quanto tale si riavvicina all’inghiottimento nel vuoto, perde in emanazione propria quanto acquista, però, in tensioni di correlazione: fa spazio qualificato, anche se tale qualità non si sedimenta sulla superficie – ancora una volta translucida, materiale ma in odore di demateriazione – ma scorre, definitivamente indifferente. Non ci sono passaggi, non ci sono direzioni. Non c’è, a ben vedere, neppure un senso possibile, che la mente possa assumere e padroneggiare. C’è quel fare, c’è quel tempo, c’è quello spazio. Perdersi e trovarsi, fondamentalmente essere. Senza menzogna.

Nota

I testi citati sono P. Manzoni, Dada Maino, catalogo della mostra, Studio Gruppo N, Padova, 20 maggio 1961; Dadamaino, Ricerca del colore. 1967- 68 e Fluorescenti. 1969, in Dadamaino, catalogo della mostra, Galleria Diagramma, Milano, 26 febbraio – 15 marzo 1970; Dadamaino, L’inconscio razionale, catalogo della mostra, Arte Struktura, Milano, 13 maggio – 2 giugno 1976; Dadamaino, Dall’Inconscio razionale all’Alfabeto della mente, catalogo della mostra, Salone Annunciata, Milano, 1 dicembre 1977. Cfr. inoltre F. Gualdoni, Dadamaino, Beatrix Wilhelm Verlag, Leonberg 1984 e Azimut. Una storia (non solo) milanese, catalogo della mostra, Palazzo Municipale, Vignate, 13 dicembre – 17 gennaio 1999.