Gauguin l’alchimiste, Grand Palais, Paris, sino al 22 gennaio 2018

Meno pittore e più esploratore delle tecniche, dei loro possibili e dei loro limiti espressivi: questa è la chiave della nuova ricostruzione dell’opera di Gauguin, concepita con grandeur celebrativa ma non solo.

Gauguin, Soyez mystérieuses, 1890

Gauguin, Soyez mystérieuses, 1890

Certo, esotismo e primitivo sono le prospettive dominanti. Ma il ridefinire un destino possibile per l’incisione, il tentare l’equilibro possibile tra fondamenti decorativi e apparati simbolici, inoltrarsi in vicende come quella con Chaplet, che lo instrada verso il gusto brusco e sintetico del grès (“le mie terraglie distorte dal calore intenso – Tutti i rossi e i viola striati da esplosioni di fuoco come se una fornace si irradiasse intorno agli occhi”: così scrive Gauguin), il fare di Hiva Oa il luogo di una non predicata ma tutta esperienziale opera d’arte totale, sono ambiti di cui ancora molto è possibile lumeggiare.

Gauguin, L'esprit veille, 1892

Gauguin, L’esprit veille, 1892

Il lavoro dell’artista è spesso più suggestivo che intenso, il suo posare spesso irritante, la sua presunzione egocentrica stucchevole. Ma, prescindendo dalle mitologizzazioni successive da parte del ‘900, la radicalità della sua remise en question è potente, e la bruschezza con cui egli rimuove intere montagne di saputi dalla cultura artistica del suo tempo decisiva.

Che sia Gauguin, ben prima e ben più d’ogni altro, ad avviare la liberazione del colore dalle servitù in cui è ancora costretto, cambia davvero il corso della modernità.