Wolfgang Laib, LAC, Lugano, sino al 7 gennaio 2018

Quando Laib debutta, nella seconda metà degli anni settanta, rappresenta un’anomalia significativa nel dibattito piuttosto schematico di quel tempo.

Laib, Untitled, 1992

Laib, Untitled, 1992

La stagione gli dà la possibilità di riferimenti importanti, l’area vasta di riverbero di minimal e land art, e contemporaneamente di maturare senza troppi affanni una posizione più poetica che formale, metodica, ideologica.

È chiaro da subito che la fascinazione delle culture orientali è su di lui forte, ma la sua posizione evita ogni riverbero di duplicità: non sono due mondi, orientale e occidentale, con tutto ciò che questo ha sempre comportato, ma un solo nutrimento del quale liberamente alimentarsi.

L’impiego di materie naturali, a cominciare da quello geniale dei pollini, ne indica un’auscultazione profonda e un impiego non solo modale: conta parimenti, e forse più, quel senso d’un tempo dilatato e a suo modo rituale che accompagna il lavoro tutto, sino al suo sottilmente effimero compimento.

Laib, Rice House, 2000-2001 e 2011

Laib, Rice House, 2000-2001 e 2011

Ed è essenziale, in lui, la moralità del fare, quel suo vivere nel sistema artistico galleggiando con levità sopra ogni clausola e mantenendo salda la propria separatezza incontrattabile. Sono stati decenni di sgangheratezze barocche, ma Laib non se ne è fatto mai segnare.