Sarah Charlesworth: Doubleworld, LACMA, Los Angeles, sino al 4 febbraio 2018

Sarah Charlesworth, morta troppo presto nel 2013,  rappresentava l’ala più radicale della Pictures Generation, quella più lucidamente kosuthiana rispetto ai più poppizzanti e celebrati Robert Longo, Cindy Sherman, Barbara Kruger, Louise Lawler, David Salle eccetera.

Sarah Charlesworth, Buddha of Immeasurable Light, from the Objects of Desire series, 1987

Sarah Charlesworth, Buddha of Immeasurable Light, from the Objects of Desire series, 1987

Quando nel 1979 presenta Modern History, operazione di sottrazione della porzione verbale (che definisce unwriting) dalle pagine dei media cartacei che lascia in vista solo le testate e le immagini e rivela le loro retoriche narrative, il suo tasso di criticismo è assoluto.

In seguito il ragionamento si estende: non solo l’uso mediatico dell’immagine fotografica, ma il prelievo esemplare di elementi che, sottratti al flusso saturante dell’esperienza ordinaria, sono riproposti con logica di straniamento freddo, rideclinando effetti storici come la stereoscopia, in un’andata/ritorno continua tra evidenza, ricezione e slittamento dalla percezione all’attribuzione di significato.

Sarah Charlesworth, Still Life with Camera, 1995

Sarah Charlesworth, Still Life with Camera, 1995

Intuisce anche, Charlesworth, che uno dei fattori cruciali è oggi la feticizzazione dell’immagine, il fuorigiri significativo e quella sorta di aura inacidita che il vedere per il tramite della fotografia ha sedimentato.

Un lavoro duro, difficile, a volte ostico, ma sempre concettualmente impeccabile, dalla parte opposta rispetto agli sbracamenti postmoderni.