Max Ernst: Beyond Painting, MoMA, New York, sino al 1 gennaio 2018

Di Ernst non si valuta mai abbastanza la posizione radicale rispetto alle tecniche: non è un antidisciplinare e piuttosto lavora sistematicamente a forzare gli statuti e i modi delle discipline singole, cercando un intuìto luogo altro dell’immagine che è il nucleo del suo fastoso rovello.

Ernst, Une Semaine de bonté ou les sept éléments capitaux, I. Le Lion de Belfort, 1934

Ernst, Une Semaine de bonté ou les sept éléments capitaux, I. Le Lion de Belfort, 1934

La nascita dada è ovviamente essenziale, ma per lui è un transito, soprattutto. Il suo intento è soprattutto fissare un nuovo territorio d’immagine che passa dalla tela all’illustrazione a stampa, dal collage al frottage agli inserti oggettivi, trascendendone ogni volta i dati costitutivi e il mero effetto épatant, dunque lavorando su un sistema di codici e aspettative dati e immettendoli in una traiettoria eccentrica d’esperienza.

Soprattutto è interessante in suo agire sull’idea straordinariamente ambigua di pagina, davvero concependo il supporto cartaceo come luogo di tutti i possibili: e il fatto che il livre de peintre e la serie grafica diventino in lui veri e propri rivelatori precipitati spettacolari è molto indicativo.

Ernst, Maximiliana ou l’exercice illégal de l’astronomie, 1964

Ernst, Maximiliana ou l’exercice illégal de l’astronomie, 1964

Per questo tra le sue opere maggiori figurano due capolavori “tardi” – rispetto ai birignao per cui d’un artista la stagione prima è a prescindere la migliore – come Une semaine de bonté, 1934, e Maximiliana ou l’exercice illégal de l’astronomie, 1964, che sono molto più e molto altro che opere grafiche, in cui il gioco di Ernst si svela per ciò che più è, una sorta di sollecitazione intellettuale coltissima e una conflagrazione disciplinare vera: di quelle non appariscenti, ma fondamentali.