Marino Marini. Passioni visive, Palazzo Fabroni, Pistoia, sino al 7 gennaio 2018

Comincia pittore, Marino, e alla scultura si dà da subito in modo del tutto anaccademico, ponendosi più questioni di ragion d’essere del corpo plastico che di modalità e stile.

Marini, Il popolo, 1929

Marini, Il popolo, 1929

Quando realizza Il popolo, capolavoro del 1929, la via è segnata, ed è quella di un à rebours in cui il primitivismo non sia una mediazione modernizzante e il classico né fede né bestemmia. Ragiona di materie, la terra e il legno anzitutto, di una poetica non postromantica del frammento, di un colore che rinnovi il fasto brusco dell’arte atavica.

Debutta in pieno clima primitivista – la prima personale milanese è del 1932 – ma è da subito evidente che ad altro guarda: con minor senso del tragico di quanto va cercando anche Martini, con minore struggente sensualità di quanta nutra il primo Manzù, senza il far grande esibito di Messina: semmai, qualche tangenza d’intendimenti, non di modi, è con il primo Fontana, per quel rastremare volumi in segni nitidi e quel pensare colore.

Poi vengono i Cavalieri e le Pomone, la sequenza dei ritratti che s’inoltra per il tempo tutto del suo operare, e in cui sempre è chiarissimo che non ha nostalgie per l’antico né per la figura, ma la certezza di cosa debba essere scultura.

Marini, Cavallo e cavaliere, 1947

Marini, Cavallo e cavaliere, 1947

È ben presto celeberrimo e cerca meno, ma mantiene saldo il suo piglio di grande. Il gioco delle mode lo innalza poi, nel tempo più vicino a noi, lo relega a monumento del passato e inizia a ignorarlo. Troppo prima, troppo poco dopo. Ora si ricomincia a studiarlo. Se non diverrà una palestra di studi per accademici noiosi, tornerà a esser visto come ciò che è uno dei grandissimi del secolo scorso.