Balthus, da Memorie (2001), Milano 2015

101. Penso spesso a Charles Péguy, quando in Notre jeunesse sosteneva che la sua generazione fosse “una retroguardia un po’ isolata, talvolta quasi abbandonata…”. “Siamo in procinto di divenire degli archivi, dei fossili, dei testimoni, dei superstiti di queste età storiche”, aggiungeva. Il mio dovere di pittore è sempre consistito nel tentativo di salvaguardare il colore, di dare testimonianza dei colori con cui i pittori italiani illuminarono i loro quadri e con cui seppero tradurre la meraviglia.

Balthus, La montagne, 1936-1937

Balthus, La montagne, 1936-1937

Ma come conservare quella tavolozza stupefacente quando le società moderne, detentrici della morte e dell’artificio, hanno snaturato persino i colori, pervertendoli, conferendo loro durezza e inesorabilità, mentre il colore è passaggio, attraversamento, cammino per andare al di là delle forme visibili?

Si pensi al gas color giallo senape che uccise tanti uomini nelle trincee durante la guerra del ’14, e al gas azzurrino che annientò gli ebrei nei campi di concentramento. Ci si è spinti sino a creare colori che uccidono, semenze di morte. E allora fare ricerca di archivio, come diceva Péguy, rifiutare il colore industriale, fonte di morte e di frigidità, ma ritrovare piuttosto l’azzurro dei cieli e il giallo dei campi, l’oro e il celeste, il blu gessoso di Giotto e il giallo vibrante delle messi di Poussin. Giacometti si estasiava davanti ai volti e ai fiori, davanti al loro impenetrabile mistero. E il lavoro del pittore consisteva nell’andare incontro a questi segreti, a questa freschezza mai raggiunta.

Ho situato la mia ricerca e il mio dovere nel cammino dell’infanzia dei colori. Non proclamerò mai abbastanza la necessità di conservarlo, di essergli costantemente fedele. Rimanere nella scia dei campanellini magici di Mozart.