Bruegel. Das Zeichnen der Welt, Albertina, Wien, sino al 3 dicembre 2017

Ottanta fogli sono una messe abbondante anche per un autore prolifico come Bruegel, e forse solo l’Albertina, che ne possiede tra l’altro tutta l’opera tradotta all’incisione, con giusto omaggio a Hieronymus Cock  – e non in un solo esemplare – poteva concepire un progetto così ambizioso.

Bruegel d.A., Accidia, 1557

Bruegel d.A., Accidia, 1557

La vicenda di Bruegel, frutto della grande stagione di Anversa e poi artefice della modernità di Bruxelles, vi è dipanata tutta. Il viaggio italiano nei primi anni cinquanta ne ha fatto, nel disegno, un descrittore attento e minuto dell’ambiente naturale, che si alimenta della nuova tradizione paesistica e insieme rinnova l’impostazione visionaria, popolaresca e allegoricamente moraleggiante, che era stata di Bosch.

Il decennio ’60, in cui è ormai è a Bruxelles, è fitto di opere destinate tutte al collezionismo privato, ben ai margini dell’ufficialità pubblica: questa ragione, oltre alla piena orgogliosa consapevolezza del proprio statuto d’artista individuato, fa sì che quasi tutti i suoi dipinti siano firmati e datati.

La scelta di soggetti bassi, la vita contadina e di borgo, gli consente di fare un uso consapevole del grottesco non a fini spettacolari o di meraviglia ma in chiave intimamente satirica, d’una moralità non normativa ma pienamente risentita.

Bruegel d.A., L'alchimista, 1558

Bruegel d.A., L’alchimista, 1558

Che queste figure abitino scenari naturali e siano con essi integrate è scelta non retorica, ma l’intuizione d’una sfera di realtà essenziale non dominata dalla volontà intellettuale dell’uomo ma dal flusso dell’esistere. Se il naturale di Bosch è giudizio, se quello di Patinir è ancora spettacolo, quello di Bruegel semplicemente è.