Testimonianza generazionale, in Alfabeta 1979-1988. Prove d’artista nella collezione della Galleria Civica di Modena, Galleria Civica, Modena, 25 marzo – 7 maggio, Mudima, Milano

“Alfabeta” comincia a uscire nel maggio 1979 su iniziativa di uno “strano raggruppamento redazionale” – così si legge nell’editoriale del primo numero – e dandosi per lettore ideale “il lettore della generazione postsessantottesca; a proposito della quale rifiutiamo di parlare, con un termine troppo alla moda, di generazione del riflusso”.

Alfabeta, I, 1, 1979

Alfabeta, I, 1, 1979

L’effetto che fa è strano e bizzarro, su un giovanotto “rifluente”, dunque perfetto target e ora testimone generazionale, come il sottoscritto, affetto precocemente da perplessità ideologiche (dover studiare i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx per un esame di Storia della critica d’arte non era stato esattamente un incentivo a trovare un’appartenenza, né sentirmi rimproverare di stare “dalla parte degli operai di Nanchino”, che neanche sapevo bene chi cippa fossero, ma dei quali francamente una cippa mi fregava) ma che aveva ben chiare per converso alcune altre cose.

La prima percezione è che “Alfabeta” è una rivista che tocca argomenti schiaffandoti lì delle vere e proprie articolesse in cui Umberto Eco parla di Roland Barthes e Michel Foucault e Maria Corti di Giorgio Manganelli, il quale è un genio e anche un ragazzo che sa leggere lo vede a occhio nudo, e Franco Bolelli ragiona di Velvet Underground e Jim Morrison e Jimi Hendrix. In generale, mescola cose con cose ma ci ragiona davvero sopra: e non ha, soprattutto, il trombonismo accademico che provoca orticaria istantanea a tutti salvo che agli accademici medesimi.

Tra l’altro ti vaccina – o ambisce a farlo – contro il virus più diffuso allora, quello delle recensioni che ti fanno credere che a quel punto credi di sapere già cosa pensare di un autore, e quindi ti risparmi di leggerlo. Sul leggendario “Linus” di Fulvia Serra era apparsa una volta una vignetta dei Peanuts in cui lo scout Snoopy chiede ai suoi uccellini gialli: “Avete mai letto una bussola?”, e quelli rispondono: “No, ma abbiamo letto le recensioni”. Ecco, una roba così. I libri, qui, poi ti viene voglia di leggerli davvero.

Inoltre capisci subito che nessuno ti detta la linea, che non è un gruppo compatto che ha un progetto e te lo vuole ammollare per fede come fanno i parroci untuosi del PCI, in quell’epoca – ma anche dopo – al fondo stabile della classifica di gradimento. Già al terzo numero ti immagini delle riunioni di redazione (il coordinatore Nanni Balestrini, Gino Di Maggio, che è anche direttore responsabile, Corti, Eco, Francesco Leonetti, Antonio Porta, Pier Aldo Rovatti, Gianni Sassi, Mario Spinella, Paolo Volponi, agli inizi) che non sono proprio un the delle cinque, vivaci e incasinate la loro parte. E questo è divertente: vivo, più che altro.

Fausto Melotti, Senza titolo, 1983

Fausto Melotti, Senza titolo, 1983

Poi magari qualcuno, quorum ego, in quelle pagine salta sistematicamente i pipponi politici di Leonetti (in seguito gli sarò grande amico, e molto gli devo) e le robe simil-esoteriche su Lacan, ma la materia prima è comunque molta.

Per uno cresciuto negli anni settanta è come leggere la versione adulta di un bel po’ di casini appena trascorsi e vissuti: le radio libere e “L’erba voglio” di Elvio Fachinelli, il femminismo duro e puro e il Parco Lambro 1976 con il Living Theatre e Don Cherry e gli Area, soprattutto gli Area di Demetrio Stratos. La generazione adulta, dunque quella che sa sceverare le idee autentiche dallo svacco cazzaro di molto altro: meglio, degli intellettuali cui stanno sulle palle gli intellettualismi e i dilettantismi movimentistici allo stesso tempo. Lezione difficile, ma preziosa.

Dunque, prendiamo un giovanotto che ha poche stelle fisse accertate. Gadda imparato ossessivamente a memoria, che dunque mi fa distinguere cosa leggere e cosa evitare accuratamente di quelli del Gruppo 63; Stratos (il quale muore a giugno di quel 1979, uno schianto emotivo) che è venuto a far qualche notte a Canale 96, la radio dove sono stato il ragazzo di bottega di Michele Straniero e dove si chiacchierava non solo con il genio disponibile di Demetrio ma anche con altri misti, molto misti, da Cornelius Cardew a Nanni Svampa al Quartetto Cetra, per dire; Roberto Sanesi e Tomaso Kemeny che mi hanno raccontato di Pound e di Eliot e di Cummings; e quelli di Multhipla che non conosco ma mi hanno fatto imparare cos’era davvero Savinio – un genio, Luigi Rognoni, che gli dedica un disco nel 1978 – e hanno pubblicato le cose di Cage e di Duchamp e libri pazzeschi come Critica dell’orecchio di Gianni-Emilio Simonetti; e uno come Gianni Sassi, conosciuto per la via sbieca di Eugenio Finardi e Alberto Camerini compagni di liceo, che non capisci subito bene cosa fa perché fa tante cose, compreso quel monumento che è Futura, primo grande lavoro sulla poesia sonora da Marinetti in giù, e con la sua Cramps ha pubblicato proprio tutti i dischi degli Area, da Arbeit Macht Frei in poi. Ne fa tante ma non gioca mai, lavora, con rigore e una precisione che ti si trasmettono nella pelle: si può essere grandi professionisti, si deve essere grandi intransigenti professionisti, per fare cose veramente diverse.

Torniamo al giovanotto. Quando esce “Alfabeta”, ci sono schegge diverse di un mondo già variamente e confusamente incontrato, e la folgorazione viene soprattutto da lì.

In primo luogo per la garanzia. A fare la rivista sono proprio quelli di Multhipla: Di Maggio è quello che nel 1975 si era inventato la strana bellissima rivista “α-beta” che parlava di cose Fluxus; e Sassi è l’art director che ha concepito la grafica strepitosa di “Alfabeta”.

Qui la vicenda dell’impatto della rivista si fa cruciale. Quando nasceva una rivista culturale italiana era inevitabile pensare alla tradizione nobile del fascicolo col dorso da mettere in biblioteca (“è della rivista il fin la biblioteca”, era il non detto), con una grafica “alta” – era alta, al suo modo, anche quella futurista – e, nella modernità, “classica”: “Aut Aut”, “Officina”, “Marcatré”, “Il Verri” sono quelle in cui hanno variamente operato i redattori di “Alfabeta”. Sassi viene invece da un mondo in cui ha progettato “Bit” con Simonetti e Daniela Palazzoli, pensa a un’altra cosa, il suo comunicare facendo vedere commercia continuamente con l’avanguardia visiva e la performance poetica e musicale, fa un passo in là oltre i saputi.

Steve Lacy, Straws, 1977

Steve Lacy, Straws, 1977

“Alfabeta” è, accidenti, un tabloid che sembra un quotidiano fatto da uno molto bravo, ma che invece di dare notizie dà ragionamenti. Le idee, se il genio respira, sono semplici.

E poi, da subito prevede che la sequenza delle immagini scriva un saggio a sé, intoni un clima visivo, sobrio e moderno proprio come quello dei testi eterogenei ma vivi che presidiano le pagine.

Naturalmente la fotografia è padrona assoluta, in quel momento. C’è una cronaca che vuole farsi storia, le persone sono protagoniste, carne e nervi e sangue e cervello. Il primo numero emana buona e nevrotica aria di casa, con Roberto Masotti che fotografa gente come Cage, Stratos, Juan Hidalgo, Walter Marchetti, Steve Lacy, Meredith Monk, Giuseppe Chiari, Charlemagne Palestine, Anthony Braxton, Morton Feldman: tutta gente che se eri sveglio la andavi vedere e sentire, in quella Milano là. Il secondo allarga il campo con le foto di Fabrizio Garghetti per il ciclo “Sex Poetry” all’Out Off dove, giusto per stare in tema, Milleluna di Balestrini vede in scena Valeria Magli e alla voce Demetrio, e Krakatoa di Mario Mieli l’autore stesso.

Già nel numero di novembre 1979 le cose cominciano a prendere un’inclinazione un po’ più ampia ma non equivocabile: le immagini sono una sequenza fotografica di vicende Fluxus. Un anno dopo ancora, ottobre 1980, ecco l’“a quattro mani” di Gianfranco Baruchello e Henry Martin tratto da Fragments of a Possible Apocalypse, e il mese dopo i giochi di carte di George Brecht. Già da marzo 1980 un altro fattore critico ha cominciato a decidere le immagini. Su iniziativa di Antonio Porta e di Omar Calabrese, che da aprile di quell’anno inizia a firmare come redattore capo, inizia una serie di grandi tagli tematici in cui contano l’arguzia e il criticismo divertito della lettura, dalla fotografia futurista agli autoritratti storici, dai labirinti ai cadavres exquis, dall’iconografia di Garibaldi alla fisiognomica: e dire che il tempio delle iconografie autres e dei loro straniamenti, “FMR” di Ricci, Mariotti e Guadalupi, nascerà solo nel marzo 1982. E poi escursioni diverse: l’omaggio alla City Lights Books di Lawrence Ferlinghetti, gennaio 1981, in cui figura tra l’altro il poster di un memorabile reading dedicato a Ezra Pound quando ancora illetterati e facinorosi neppure sapevano chi fosse (non che ora…), giovani come il grafico Massimo Dolcini, fotografi nuovi come Giovanni Giovannetti e Olivo Barbieri.

La serie Prova d’artista, una o più pagine interamente delegate al contributo di un artista visivo o di uno scrittore, esordisce nel gennaio 1983 con Fausto Melotti e Antonio Porta, passato a dirigere “Alfabeta” con il suo vero nome, Leo Paolazzi, dall’ottobre 1981. Inizia una serie memorabile: dopo Melotti Arnaldo Pomodoro, Enrico Baj, ancora Baruchello, e molti altri, per anni.

Alla fin fine. Quando è apparsa “Alfabeta” aveva un’aria frizzante di casa perché parlava tanto di libri che mi piaceva leggere, di musiche che già molto frequentavo, di esperienze visive con cui davvero mi facevo un’ottica. Con Prova d’artista si è aperta al mondo che nel frattempo era diventato il mio mestiere, al punto che nel novembre 1985 anch’io mi sono affacciato su quelle pagine scrivendo un paio di cose d’arte (una tantum: e “roba minima”, avrebbe detto il barbone di Jannacci). Era un destino, per dire, che le tavole di Prova d’artista finissero nella “mia” Modena.