Portraits de Cézanne, Musée d’Orsay, Paris, sino al 24 settembre 2017

Cézanne ha dipinto circa centosessanta ritratti, una percentuale non piccola della sua produzione: formidabile ragionatore sulla ragione storica dei generi, egli ne altera con sagacia fondamentale alcuni termini decisivi.

Cézanne, Madame Cézanne en robe rouge, 1888-1890

Cézanne, Madame Cézanne en robe rouge, 1888-1890

In primo luogo lavora esclusivamente sul registro duplice dell’elisione retorica della figura ritratta, che in lui si restringe alla stretta cerchia parentale prima, poi affettiva (è eloquente la serie dei ventinove quadri con Hortense Fiquet culminanti nei quattro Madame Cézanne en rouge, 1888-1890), e infine si sceglie persone anonime, “uomini non illustri”, ma indifferente a ogni riverbero pittoresco di gusto basso.

In secondo luogo tratta la figura, e per lui “l’aboutissement de l’art, c’est la figure”, non come individuo ma come materia vivente, dotata d’uno statuto necessario di realtà che precede il suo modificarsi nel tempo e che fissa definitivamente il brivido della durata.

Quando Vollard ricorda che, in posa per Cézanne, si sente dire “Je vous le dis, en vérité, il faut vous tenir comme une pomme. Est-ce que cela remue, une pomme?”, al di là dell’aneddoto esplicita l’equivalenza tra ritratto e approccio alla natura morta e al corpo del paesaggio che spiega molto: e proprio Vollard possedeva il Portrait du fils de l’artiste, 1881-1882, che già in quelle date si risolve in volumetria potente e cruda, più che una risposta a Gauguin un annuncio della generazione che lo farà maestro.

Cézanne, Portrait du fils de l’artiste, 1881-1882

Cézanne, Portrait du fils de l’artiste, 1881-1882

Resta da dire che la mostra produce un interessante effetto collaterale. Nell’aspettativa da grande pubblico una sequenza di sessanta ritratti potrebbe non sembrare eccitante: ma qui si guardano sessanta quadri di Cézanne, ed è proprio tutta un’altra cosa.