Jean Fautrier,  Kunstmuseum Winterthur, sino al 12 novembre 2017

Si torna a rivedere l’“étrange maîtrise” – così Paulhan – di Fautrier, personaggio complicato perché vive dentro l’avanguardia da agnostico che ha un altro problema, quello del perché del reale, della sua consistenza, del suo aspetto.

Fautrier, L´homme qui est malheureux, 1947

Fautrier, L´homme qui est malheureux, 1947

Che la sua poggiatura d’avvio sia la memoria larga dell’espressionismo, il trasformare in tensione di nervi e affetti l’esperienza del mondo, e in materie sorde e livide il loro apparire, quasi concrezioni di sguardo che sfidano il pericolare della percezione, è evidente in tutta la sua prima stagione.

Fautrier si condanna a una pittura riottosa alla grazia essendo, per natura e vocazione, padrone d’un saper fare strepitoso: che piega, allo scorcio dei ’30 e poi nella stagione degli Otages, a un’invenzione inedita, che lo stesso art autre fatica a comprendere.

Fautrier, Tête d’otage no. 20, 1944

Fautrier, Tête d’otage no. 20, 1944

Il tempo bellico è un tempo in cui il corpo è non paradigma ma relitto, forse ipotesi, carne che si consuma in energie stillanti e identità che si fa interrogazione. È il campo in cui la dignità della forma e della bellezza pare vivere la sua meno opinabile sconfitta. I corpi di Fautrier sono concrezioni asserragliate in uno spazio estraneo, una memoria e una voglia di forma che è stata e che si chiede ansiosamente un destino, quasi volendo emergere con fatica immane dalla propria cecità.

È, Fautrier, un pittore per poeti più che per altri pittori, per la sua assenza desolata di retorica, per il radicalismo con cui sposta su un altro piano non solo la questione della verità, ma anche quella della finzione.