Wolfgang Tillmans, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, sino al 1 ottobre 2017

“I always saw photography as an object. I never thought of a picture as being bodiless, but rather as existing within a process of transformation from three dimensions to two – a conceptual activity”. Lo dice Wolfgang Tillmans, e c’è da crederci.

Wolfgang Tillmans, Ostgut Freischwimmer, Left, 2004

Wolfgang Tillmans, Ostgut Freischwimmer, Left, 2004

In realtà il suo tema di fondo è sempre la natura dell’immagine fotografica, nel rapporto con i generi, dal ritratto allo still-life al paesaggio, nella sua sostanza oggettiva di processo chimico e luminoso che comporta, nella sua convenzione rappresentativa e in quella contestuale per cui, se viene appesa sulle pareti di uno spazio espositivo, la sua ragion d’essere si modifica non poco.

Questo è lo scenario di base, e la forza di Tillmans è stata quella di ottenere subito l’assunzione dello statuto di insider del corso nuovo della pratica fotografica come arte. Detto tutto questo, a guardare con occhio sgombro i risultati alcuni dubbi sorgono legittimi.

Wolfgang Tillmans, Anders (Brighton Arcimboldo), 2005

Wolfgang Tillmans, Anders (Brighton Arcimboldo), 2005

Mentre certi filoni d’esperienza sono a tutti gli effetti straordinari, in altri talune compiacenze estetiche toccano pericolosamente il banale senza uno scatto critico che li riscatti. L’amministrazione della propria figura artistica lo occupa in più occasioni più che la tensione analitica: e si vede.