L’urban planner, in “Il Giornale dell’Arte”, 376, Torino, giugno 2017

Dunque succede questa cosa. Una tizia vede nel “New York Times Style Magazine” una foto di Michelle Obama e s’attizza, creativamente intendo. La rielabora da par suo e la posta su Instagram, tra l’altro citando l’autore della foto, Collier Schorr. Un altro tizio vede sul social l’immagine, la riprende pari pari e ne fa un murale in un posto di Chicago. La tizia lo vede e sbotta: maccome, mi hai copiato! E lui: maddeché! Intanto anche tu hai copiato da una fotografia di un altro, e poi io non sono proprio un artista, sono un urban planner, e l’immagine l’ho trovata nel web. A raccontare la cosa è lo stesso “New York Times”, che per non farsi mancare niente ci carica pure le spezie dell’ “exploitation” dell’“image of a black woman”, la Obama, con tutto ciò che se ne può blaterare a diversi livelli a proposito di ambiguità razzista: e quanto conti il fatto che la prima manipolatrice dell’immagine è lei stessa una ragazza di colore, non è ben dato di capire.

Murale con Michelle Obama, Chicago

Murale con Michelle Obama, Chicago

Ora, al di là del fatto che l’ex presidenta fatta diventare una regina nubiana non mi sembra l’ideona del secolo, e per di più trascrivere un’immagine fotografica ha sempre un effetto di kitsch deprimente: almeno la prima signorina della filiera manipola la foto ma sotto lascia ben in vista la foto. Al di là del fatto ulteriore che tutto il giochino si regge sulla banalità mediatica che quella lì è la faccia di una famosa, altrimenti il lavoro era un murale mediocrissimo e basta e non stavamo qui a parlarne. Al di là infine del fatto che è quantomeno bizzarro stabilire che se un’immagine galleggia nel web te la puoi pigliare e ne fai quello che ti pare, cosa che peraltro accade migliaia di volte tutti i giorni a ogni livello, e quelli che s’intendono di copyright e cercano di dipanare la matassa son lì che svuotano il mare con un secchiello, e gli avvocati in compenso già si sfregano le mani pregustando praterie di lucri futuri. Al di là di tutto ciò, la cosa veramente mirabile è che quello del murale si difende dicendo che lui non è proprio un artista, e per essere precisi neanche uno street artist, ma un “urban planner”. Ora, è buffo che qui il termine è usato per indicare una specie di arredatore urbano, cioè uno che “fa i muri” con il permesso dei vigili invece che senza, e non quello che fa piani regolatori e simili, il che mi suona nuovo e presuntuoso un bel po’: il postulato che lui non sia nemmeno un “artista” non si capisce in base a quale principio lo esenti dal farsi pagare per realizzare cose concepite da lui anziché prelevate dal mare magno dell’aggratis iconografico.

Dunque, egregio urban planner. Ci stai dicendo che non ti riconosci neppure come un creativo, dacché non crei, ma semplicemente come un copiativo, e questo ti metterebbe al riparo. Poi però aggiungi che “il modo in cui scelgo interi set di immagini remixati e rielaborati per connettere gli edifici alla comunità, come un DJ che lavora con le immagini, può essere di per sé una nuova forma d’arte”, e allora forse ti senti un po’ creativo e un po’ no, secondo convenienza, caro il mio Bob Sinclar di ‘sta cippa. Quanto al “connettere gli edifici alla comunità” mi sembra una forma furbastra la sua parte per impennacchiare il fatto che spacci come decorazioni firmate da te – e retribuite, et ça fait la différence, una bella differenza – cose che qualcun altro ha nel bene e nel male (qui, direi, siamo nella categoria maluccio) prodotto, e non c’è nulla di remixato o rielaborato: altro che DJ, qui è come suonare una canzone altrui cambiando solo strumento e tonalità.

Detto tutto questo, una cosa appare evidente. Tutta questa storia entrerebbe di diritto nella categoria, per citare quel dotto politico italiano, delle “scoregge nello spazio”. Bastava un tweet educato alla signorina, e sarebbe finita in un istante. Ma il pateracchio polemico che è stato messo su, con tanto di CNN e grandi quotidiani e menate online, ha dato quel po’ di notorietà a te e a lei, che sotto questo aspetto siete oggettivamente, perfettamente complici, ed è la ragione per cui do il mio modestissimo contribuito non facendo i vostri nomi. Già che questi trucchi li avete imparati subito, quello di lavorare seriamente pareva brutto?