Manguin, la volupté de la couleur, Musée des Impressionnismes, Giverny, sino al 5 novembre 2017

Manguin è al Salon d’automne del 1905 in cui lo scandalo dei fauves apre la prima crepa vistosa nell’area postimpressionista e inaugura la strada al diverso sentire che porta all’espressionismo.

Manguin, Devant la fenetre, rue Boursault, 1904

Manguin, Devant la fenetre, rue Boursault, 1904

Ma egli non è un pittore di prima linea, non ha le arguzie strategiche dell’épater, tutto sommato è un mediatore abile di climi: senza avere l’oltranza stilistica di Matisse, e men che meno il suo genio, mira a declinare ulteriormente un uso sensuoso del colore, una resa affettivamente intensificata dei soggetti, un intendimento dei generi che ne faccia dei portatori schiariti di mood.

Vollard si avvede subito che il suo ruolo può essere quello dell’avanguardista rassicurante più che avventuroso, e Signac si fa garante delle sue buone doti. Con questo bagaglio Manguin affronta i decenni della classicizzazione del moderno, da perfetto illustratore della luce e del colore del Midi.

Manguin, Pinède à Cavalière, 1906

Manguin, Pinède à Cavalière, 1906

Non avendo troppo azzardato, la sua pittura invecchia con grazia, si fa ambasciatrice di un gusto più che della storia, ma va bene così: rispetto a certe sopravvivenze patetiche, meglio la sensualità fastosa di Manguin, la sua non occasionale joie de vivre.