David Lachapelle. Lost + Found, Casa dei Tre Oci, Venezia,  sino al 10 settembre 2017

È già ora di antologiche per Lachapelle che, lo si apprezzi o meno, incarna una delle figure più forti e mediatiche del panorama contemporaneo.

David LaChapelle, Seismic Shift, 2012

David LaChapelle, Seismic Shift, 2012

Nasce, come molti, al bianco e nero, e poi trova la chiave del proprio lavoro nel colore: che intende smodato, fatto di saturazioni parossistiche e di sovratoni kitsch, in una sorta di superpopism che travolge ogni confine dell’estetico statuito.

Il suo gioco è barocchissimo, condotto con mezzi sofisticati e una consapevolezza precisa dei rapporti di ricezione dell’immagine. Ci sta, è dei tempi, funziona alla stessa maniera delle operazioni di Koons.

David LaChapelle, News of Joy, 2017

David LaChapelle, News of Joy, 2017

Ma alla fine è una sorta di delirio artdirectoriale più che una forma di visionarietà vera, è un derogare dal gusto stando ben attento a non spettinare il gusto, è un lavorare sullo straniamento ma a effetto controllato. Il suo è un gioco ben condotto di cucina dell’immagine e di discorso intorno a: quanto alle immagini in se stesse, occorre solo prenderne atto.