Agnetti. A cent’anni da adesso, Palazzo Reale, Milano, sino al 24 settembre 2017

Le bacheliti con gli Assiomi, statements con la forza del paradosso e della deriva del senso. La Macchina drogata in cui cifre e lettere alfabetiche si scambiano di luogo in un’operazione di tracollo della ratio in pura alea. Il lavoro sui Ching di Surplace.

Agnetti, Libro dimenticato a memoria, 1970

Agnetti, Libro dimenticato a memoria, 1970

Agnetti è stato questo e molto altro, una figura dell’arte (anartiste, in senso duchampiano) prima ancora che un artista, interstiziale tra critica e azione, tra militanza e riflessione condotta all’estremo della sua dissoluzione.

Nato in territori letterari ma eccentrico alle stessa scrittura d’avanguardia, marginale e selvatico per scelta, vero principio attivo che si incorporava in eccipienti diversi senza perdere forza, Agnetti è il trait-d’union perfetto verso il concettualismo, inteso soprattutto come opzione criticistica pura, di straniante lucidità.

Con un po’ di ritardo infine oggi se ne legge la complessa grandezza: che non è fatta certo per palati da consumatori domenicali perché è un discorso sempre teso intorno al vedere/dire dell’arte senza appigli che non siano l’intelligenza, ma vale la pena, vale lo sforzo.

Vincenzo Agnetti, Assioma, The word stripped of ambiguity of language becomes a universal tool, 1971

Vincenzo Agnetti, Assioma, The word stripped of ambiguity of language becomes a universal tool, 1971

Gran personaggio, Agnetti. Il suo Libro dimenticato a memoria, 1970, è il suo capolavoro: “Quello che ho fatto, pensato e ascoltato l’ho dimenticato a memoria: è questo il primo documento autentico”.