Memory Unearthed. The Lodz Ghetto Photographs of Henryk Ross, Museum of Fine Arts, Boston, sino al 30 luglio 2017

Il materiale è ben noto, e straordinario. Ross è ebreo e nel ghetto di Lodz, a partire dal 1940, per la burocrazia delle autorità naziste fa fotografie per i documenti d’identità e altre che propagandino l’efficienza dell’organizzazione del ghetto. Ma ha strumenti, materiali e soprattutto l’opportunità di realizzare una documentazione di segno totalmente opposto, che snudi il progetto lucido di sterminio del quale è oggetto la sua gente.

Henryk Ross, Children being transported to Chelmno nad Nerem (renamed Kulmhof) death camp, 1942

Henryk Ross, Children being transported to Chelmno nad Nerem (renamed Kulmhof) death camp, 1942

Le si rivede per dare materia solida a una memoria che progressivamente il grande flusso della coglioneria odierna tende a erodere, ma anche per porsi e ribadire questioni che, a tanti anni di distanza, sono ancora di gran momento, e non solo in questo contesto.

L’evidenza oggettiva, dunque la “verità”, di una rappresentazione e del suo esatto contrario – Ross è autore di entrambe le cose, a mutare è la libertà del suo agire – e la costruzione del racconto ufficiale attraverso documenti che, prima che linguisticamente, sono concettualmente fakes: le foto “belle” mentono, le giuste sono queste.

L’esistenza dell’immagine al di là della sua fruizione: Ross ha sepolto i suoi negativi e li ha recuperati a guerra finita, come i tesoretti aurei al tempo di altri barbari: le immagini erano là, mute ma capaci di dire in ogni momento.

Henryk Ross, Man walking in winter in the ruins of the synagogue on Wolborska street (destroyed by Germans 1939), 1940

Henryk Ross, Man walking in winter in the ruins of the synagogue on Wolborska street (destroyed by Germans 1939), 1940

Le guardi, e pensi che la loro forza di senso richiede non altri discorsi e altri apparati di retorizzazione, ma un silenzio consapevole.