Back up al Polo, in “Il Giornale dell’Arte”, 375, Torino, maggio 2017

Se non hai fatto il backup sei fottuto. Ormai lo sanno anche i bambini: anzi, loro più di certi adulti che lo imparano solo quando ci rimettono i dati. Quando era nato il web certi illusi, quorum ego, si erano immaginati che l’archivio della cultura universale, il compimento del sogno borgesiano del luogo in cui tutto è preservato, potesse essere proprio quello spazio immateriale e infinito. Invece no, vien fuori che conservano tutte le notizie pirla riguardanti i fatti privati di ognuno, ma le cose utili gli pare brutto. E poi ammettiamolo, alla fin fine sapere che qualcosa di importante si tramanda su una materia fisica e in un posto fisico tranquillizza le nostre fantasticherie assai più che pensare a uno spazio virtuale che non si sa dove sia e di chi sia, abitato per di più da dei tizi equivoci chiamati “hacker russi” che fanno casino per ogni dove come i Gremlins.

The Svalbard Global Seed Vault

The Svalbard Global Seed Vault

Per cui ho goduto un bel po’ quando ho imparato che nell’isola norvegese di Spitsbergen, nelle Svalbard vicine al Polo Nord, a fianco del Global Seed Vault che conserva un sacco di semi coltivabili in uso e in disuso per trasmetterli agli ipotetici posteri, adesso aprono anche la Doomsday Library, biblioteca d’ogni sapere che si salverebbe anche in caso di Apocalisse, protetta in un bunker pazzesco e trasferita su una roba che si chiama PIQL Film, una pellicola garantita come indistruttibile o quantomeno in grado di resistere per qualche centinaio di anni con la collaborazione del permafrost, il gelo cane che da quelle parti, quando fa caldo caldo, non supera i tre gradi e rotti sotto zero.

Ho goduto per diversi motivi. In primo luogo perché uno dei finanziatori è la Gates Foundation, segno che quello che ha inventato i pc è anche lui preoccupato di quando l’elettricità sarà un ricordo. In secondo luogo perché tutto questo mi ha riportato alla memoria Robert Sheckley, scrittore di fantascienza ormai di nicchissima che si era inventato gli mnemoni, uomini che resistevano allo sfascio della civiltà mandando e tramandando a memoria interi pezzi di libri, sistema un po’ scomodo, per vero, e poi finiva che i soliti poliziotti ottusi li ammazzavano: e comunque viene in mente giusto per fare il figo e non citare il solito Bradbury di Fahrenheit 451. A proposito del quale giunge spontanea la terza considerazione: visto che il Ray il romanzo l’aveva pubblicato a puntate su “Playboy” che si fa, si trasferisce sul PIQL solo il suo testo o tutti i numeri che lo contengono? E già che ci siamo, perché non tutta la raccolta del meritevole periodico? Tema affascinante, a ben vedere.

Poi ho fatto altri pensieri vaganti. Me la immagino già, la nostra commissione parlamentare di esperti che deve stilare la lista delle cose degne di finire sul PIQL, un coacervo di babbioni e babbione rincoglioniti come la Mildred di Bradbury – a proposito, leggere o rileggere The Mnemone e Fahrenheit 451 fa comunque bene alla salute – che selezionano cosa preservare, proprio loro che più che posteri sono postumi, per i quali il futuro è al massimo la settimana dopo: e tra l’opera omnia di Fabio Volo e quella di Giambattista Marino (“e chi diavolo è? il vecchio sindaco di Roma?”) sceglierebbero a colpo sicuro la prima. Pasolini neanche parlarne, ché Giovanardi si opporrebbe strenuamente.

Poi, ravanando nel web per capire dove cippa sia Spitsbergen, mi è apparso un trionfante tricheco stravaccato su un isolotto di ghiaccio galleggiante e ho avuto l’illuminazione. Noi facciamo tutto questo po’ po’ di sforzo vagheggiando disperatamente che da qui all’Apocalisse i trichechi abbiano imparato a leggere. E anche, già che ci siamo, a coltivare piselli e quinoa.