Andreas Achenbach. Revolutionär und Malerfürst, Museum Kunstpalast, Düsseldorf, sino al 1 ottobre 2017

Achenbach muore nel 1910, quando già l’espressionismo è un fatto, e il suo periodo di maggior vena è a metà secolo, il tempo di Courbet e dei barbizoniens: ma il suo modo di far romantico negli anni ’30 è perfettamente pertinente, e non secondario.

Andreas Achenbach, Erftmühle, 1834

Andreas Achenbach, Erftmühle, 1834

I dati servono solo a suggerire i fattori di continuità generazionale che ne fanno una delle figure chiave della scuola di Düsseldorf. La sua personalità, poi, apre in Germania un’altra questione, il rapporto tra i meccanismi istituzionali di rigida professionalizzazione e  il loro convivere possibile con atteggiamenti libertari, con radicalismi culturali che aprono le prime falle in cui s’insinua la tradizione di engagement specificamente tedesca: nel suo modo apparentemente blando, Achenbach è artista di rottura degno d’esser considerato l’antenato ideale dei rivoluzionarismi del secolo nuovo.

Il resto son cose più ovvie. Lo spostamento concettualmente decisivo tra il paesaggio guardato e la consapevolezza dell’io che guarda il paesaggio, quel filtro di trascendimento lucido, e con sovratoni appena percepibili ma già di cromosoma che si vorrebbe dire visionario, del dato sensibile che scende per i rami dalla tradizione nordica grande (molta più Olanda che Italia, c’è nelle mitologie di Achenbach), il mutamento di cifra del rapporto tra orizzonte e primo piano rispetto al paradigma secentesco.

Andreas Achenbach, Küstenlandschaft, 1837

Andreas Achenbach, Küstenlandschaft, 1837

Se si mette in mora la consuetudine di utilizzare la scuola francese come unità di misura del secolo, molto dell’arte tedesca si spiega non come aggiornamento affannoso e tendenzialmente in ritardo ma come prodotto di un’evoluzione che, stante la situazione storica in cui si verifica, ha momenti di originalità che sorprendono.