Un’eterna bellezza, Mart, Rovereto, sino al 5 novembre 2017

Il sottotitolo è Il canone classico nell’arte italiana del primo Novecento: ovvero, la questione intellettuale prima ancora che lo stereotipo del rappel à l’ordre, l’ampiezza dello spettro di posizioni, umori, tensioni, anziché l’ovvietà del ritorno al mestiere: anche perché, se una cosa è sempre stata chiara nell’arte italiana, è che dal fondamento accademico e disciplinare mai si è usciti almeno sino agli anni ’50.

Casorati, Studio per Meriggio, 1922

Casorati, Studio per Meriggio, 1922

La questione era semmai far uscire l’idea del classico dalle panie del gusto (anche quello, spesso ambiguo, generato di recente dalla riscoperta e del rilancio dei novecentismi), delucidarne l’anima, ritrovare il passo di “disegno, commensuratio et misurare” in purezza, superando senza mediazioni possibili la nostalgia degli “intingoli e mostarde” di cui scriveva Carrà. Era decidere una visione e uno sguardo oltre le questioni, scontate in partenza, della referenza, “mentre per il pubblico esiste solo il soggetto”, ch’era una faccenda che Zola lamentava già cinquant’anni prima.

La sezione d’arte dell’ufficialissima “Esposizione industriale nazionale” del 1881 a Milano era, per dire, una sequela di idilli e pastorelle, mammine e orfanelle, nudità di schiave procaci e pudori verginali, mandrie e vendemmie: pittura, zero, come a voler confermare il tranchant Maxime Du Camp per cui “non ci sono più artisti in questo paese”.

Ora, finalmente, la pittura pensa pittura, e le sue ridefinizioni di genere, nudo ritratto paesaggio natura morta eccetera, che scandiscono opportunamente la mostra, hanno la sana lucidità per cui il genere non è tema, ma problema.

Severini, Maschere e rovine, 1928

Severini, Maschere e rovine, 1928

Certo, congiunture diverse fanno sì che in un milieu sfilacciato come il nostro non si crei un clima dominante e diffuso, con pochi a giganteggiare e molti a compier tentativi volontaristici, senza un tessuto connettivo compatto com’è altrove. Ma le vicende del secolo mostrano un’Italia non più figlia estenuata del proprio fantasma storico, finalmente erede e interprete consapevole di un’identità.