Yves Klein. Le théâtre du vide, BOZAR, Bruxelles, sino al 20 agosto 2017

È la stagione in cui figure che ancora pochi anni fa erano considerate sulfuree e legate all’avanguardia-avanguardia, dunque nicchie criptiche del discorso sull’arte, sono guadate in una prospettiva storica meno strabica: il caso di Klein è esemplare.

Klein, 1928-1962 Untitled blue monochrome, (IKB 79) 1959

Klein, 1928-1962 Untitled blue monochrome, (IKB 79) 1959

La letterarietà del personaggio, la narrazione che lo ha riguardato, ha certo contribuito a radicarne l’idea dell’immaginario: la foto leggendaria del saut dans le vide, la ragione vagamente alchemica dell’IKB, il suo ergersi a predicatore e pontefice della monocromia.

Ciò che più è mutato però è l’orizzonte di riferimento. Scontato il complesso d’inferiorità instillato nella cultura europea dalla doppia mitizzazione dell’espressionismo astratto e della pop, accettata la complessità di certe figure – da Fontana a Burri, da Klein a Manzoni a Beuys – e la necessità di leggerle non in rapporto con l’America, ma rileggendone la vitalità autonoma, anche il quadro generale mutato d’aspetto.

Klein induce nel suo ragionamento sul vide spessori di pensiero e intuizioni strepitosi, agisce acuminatamente sull’idea di visione e di oggetto artistico, reimmette risonanze da mistiche a simboliche all’interno di un percorso storico oberato della propria stessa storicità.

Klein, Saut dans le vide, 1960

Klein, Saut dans le vide, 1960

E il suo rapporto con l’Oriente non ha nulla di esotico, ma è già pensiero pensato, possibile intuìto, atto nuovamente compiuto di pittura.