Claudio Costa, Ca’ di Fra’, Milano, sino al 28 luglio 2017

Claudio Costa è stato una figura anomala e vivida nel mondo delle avanguardie degli anni ’60 e ’70, nata nello stesso perimetro problematico dell’arte povera ma con caratterizzazioni che ne hanno fatto un vero e proprio caso.

Costa, Terra e oggetti, 1976

Costa, Terra e oggetti, 1976

Egli ha infatti scelto la misura antropologica dell’idea di fare, dunque di porre in rapporto il campo dell’artistico con l’evoluzione tutta dell’umano così come è stata esplorata, studiata, intuita, stabilita, descritta. Il modo non è stato, naturalmente, scientistico e men che meno didascalico, ma totalmente reinventivo: ciò che gli importava era risalire alle scaturigini della mano che fa, dell’oggetto – intelligente o sacro – che ne nasce, e della mano che sa, sino al punto di agire come officina di possibili, di trascorrimento nel territorio dell’ineffabile simbolico e poetico.

Ciò ha comportato naturalmente che il suo percorso poco abbia avuto a che fare, e in modo irrituale, con usi e costumi del compound artistico istituito. Già ragionare in termini descrittivi sulle sue opere diventa un meccanismo vincolante, e intellettualmente affilato, di critica.

Costa, Attrezzi e falce, 1987

Costa, Attrezzi e falce, 1987

Ogni mostra, tra le rare che anche oggi lo documentano, è occasione per leggere le tracce del suo percorso radiante, proliferante, di rimuginante grandezza.