A.R. Penck. Rites de passage, Fondation Maeght, Saint-Paul de Vence, sino al 18 giugno 2017

“Il primo tipo [d’immagine] è l’immagine astratta, che somiglia a un segno; il secondo è il disegno figurativo; il terzo il disegno puramente automatico; il quarto è una specie d’illusione; il quinto, l’immagine distruttiva. Ciò che mi importava era mostrare che dei segni possono nascondersi dietro ad altri segni, e che il mio modo di pensare consente di passare attraverso”.

A.R.Penck, Ohne Titel (Gruppe), 1961

A.R. Penck, Ohne Titel (Gruppe), 1961

Uno dei danni delle mode è che si è lasciata perdere pressoché di colpo la grande generazione tedesca dei Polke, dei Penck, degli Immendorff, che ha svolto un ruolo decisivo, forse il più decisivo, nell’affermare nuovi standard di libertà espressiva, non semplicemente e postmodernamente cinici e facoltativi ma radicati più profondamente e problematicamente nella questione del fare immagini d’arte.

Questa antologica ne restituisce il percorso dal 1957, il che dice come la fama raggiunta negli anni ’80 fosse già una deformazione ottica, perché egli, come molti compagni di strada, appartiene alla generazione dei rigeneratori del valore di segno dopo la sbornia autre.

Penck afferma innanzitutto una primarietà indifferente al modo, astilistica e, a ben vedere, ai limiti dell’anartistico, rivendicando per questa via la propria non appartenenza alla storia così come la si rappresenta secondo una timeline ordinata.

A.R. Penck, Bestimmung ‐ Abstrakt, 2011

A.R. Penck, Bestimmung ‐ Abstrakt, 2011

Dalla timeline, e dal tempo, egli si chiama fuori, e si fa eccitatore si sapienze diverse, di frequenze d’immagine di forza impura e potente: certo non è stato il mainstream delle narrazioni d’arte ufficiali, ma era il suo bello, e che se ne si facesse una sorta di parente tedesco – dell’Est, dunque parente povero – di Haring, lui che era coetaneo di Alviani e di Richard Serra, per dire, era una fesseria di incalcolabile portata.

Ora Penck non solo è tornato fuori moda, ma poche settimane fa è anche morto. Torna  dunque definitivamente fuori dal tempo, dove gli è sempre piaciuto stare.