Paola Pezzi. Strati d’animo, Il Milione, Milano, sino al 6 luglio 2017

Paola Pezzi appartiene, da scultrice felicemente anomala, alla generazione che si affaccia sulla scena con gli anni ’90: anomala perché ha già ben chiaro cosa non vuol fare, che aggregarsi è ormai solo un vezzo stantio, e quali sono i suoi orizzonti di riferimento.

Paola Pezzi, Insabbiato, 1988

Paola Pezzi, Insabbiato, 1988

Sono, agli inizi, forme introverse e digrignanti di materia inamena e potente, quasi ripensamenti della radice atavica della forma formata, che affermano la propria capacità di convocare a sé le misure del luogo. Forme antimonumentali, d’ispida separatezza, quasi che Pezzi interroghi, con determinazione feroce e acuminatezza di pensiero, il fondamento stesso della scultura.

Altre stagioni successive conoscono invece la souplesse felice, la proliferazione dolce, le onde d’un immaginario fastoso e con punte di intimismo non stucchevole, di gioco: sono immagini di stupefazione ma non di cedimento fabrile, dal momento che l’artista regge il meccanismo formativo con essenzialità disincantata, e con un senso dei materiali non ordinari che rimonta a grandi esempi della neoavanguardia, l’antiform per certi versi, l’asciuttezza di Eva Hesse per altri, l’ordine operativo che sta tra Boetti e De Maria, per altri ancora.

Che le sue opere abbiano un senso preminente di visione tattile è evidente; e la centralità del ricorrere, formando, a iterazioni curvilinee soavemente ossessive, è fatto incontestabile.

Paola Pezzi, Feltro grigio, 2008

Paola Pezzi, Feltro grigio, 2008

Ciò che si mantiene inalterato è quel suo pensare la cosa plastica come accidente e presenza modificante nello spazio fisico che lo rende luogo altro: ogni singolo elemento è come fosse parte d’un’installazione in espansione illimitata, che è lo stesso pronunciarsi al mondo di Pezzi.