Picasso evergreen, in “Il Giornale dell’Arte”, 373, Torino, marzo 2017

Qualcuno le ha contate, e sono una sessantina le mostre di Picasso che stanno per invadere nel giro di pochi mesi la Francia, la Spagna, l’Italia ma anche Malta, Cipro, il Marocco, la Grecia, eccetera: per non sbagliarsi, ne fanno una pure all’aeroporto Charles de Gaulle, che più internazionale di così non si può. E c’è pure qualcuno che gioisce, ritirando fuori le solite considerazioni stantie sul “genio universale” e “proteiforme” e sulla baggianata che “ciascuno porta in sé il suo Picasso”.

Picasso

Picasso

Il fenomeno è, nella sua smodatezza, interessante. Roba da infatuazione collettiva, da Medjugorje della cultura. Per fortuna non sono ancora segnalati ritratti di Fernande che piangono e visitatori in carrozzella che, folgorati da Guernica, si rimettono a camminare, ma temo che ci stiano lavorando.

Tra l’altro non c’è nessun centenario da celebrare, nessun appiglio dei soliti da sfruttare. Picasso è la notizia di se stesso e, come recitava quella vecchia pubblicità, “basta la parola”.

In più è uno che di opere ne ha fatte millemila e abbastanza varie da far tutti contenti, e quanto ai pretesti biografici ce n’è a bizzeffe (in Francia, tra l’altro, è stato un po’ dappertutto come Garibaldi da noi, e ogni posto rivendica il suo pezzettino di gloria), per cui l’argomento per metter su una mostra, che sia banale o stiracchiato, si trova ancora, dopo decenni di sfruttamento intensivo. La profezia del vecchio Leonardo Borgese, il quale sulla mostra milanese del 1953 scriveva che presto Picasso sarebbe finito nel dimenticatoio come gli altri moderni, si è rivelata quanto mai fallace.

La ragione è in verità piuttosto semplice. Visto che ci si è incamminati con beata indifferenza sulle vie dell’art business e che esso è, come tutte le operazioni di massificazione, una pura faccenda di soldi in entrata che devono esser più dei soldi in uscita, Picasso è l’unica vera garanzia di far tornare i conti. Tra l’altro, per parafrasare, “ars longa memoria brevis”: se lasci passare un paio d’anni riproponi la stessa mostra uguale uguale, e lo stordimento collettivo la ripiglia per buona.

Qualcosa si spiega, nel fenomeno delle mostre di Picasso, ma qualcos’altro è un buffo mistero: è come un doping collettivo, ma nessuno cerca l’antidoping.