Luigi Boille, MAC, Lissone, sino al 23 luglio 2017

Giulio Carlo Argan teorizza che “l’opposto della rappresentazione o della forma, intese come catarsi, non è il frammento, è il continuo: infatti la forma è limite, il continuo è assenza, indeterminazione del limite”.

Luigi Boille, Imperioso continuo, 1960

Luigi Boille, Imperioso continuo, 1960

Sono riflessioni diffuse in quel transito tra gli anni ’50 e il decennio successivo, al punto che Michel Tapié affronta “le problème des structures de répétitions dans les ensembles complexes” identificando proprio in Boille una delle figure cardine: il valore di fluenza grafica e coloristica – ma dai toni, all’inizio, perfettamente scrutinati, mai lasciati crescere per forza di sensiblerie – e l’all-over dolce sono i suoi tratti espressivi centrali.

Boille implica, in queste operazioni, anche un valore non accessorio di temporalità, del fare ma soprattutto del guardare, che ingaggia lo spettatore sottraendogli l’immediatezza della visione d’insieme e spingendolo a un allentato, meditativo, pascolo dell’occhio.

Luigi Boille, Continuum in tensione, 1960

Luigi Boille, Continuum in tensione, 1960

Altre misure, altre temperature, in seguito, avrà il suo colore. Ma Boille in questo tempo è uno dei più lucidi nell’intendere la propria peinture à signes come ripresa di possesso dell’ordine interno del quadro senza che ciò comporti ritorni a condizioni processuali già esplorate.