Due nomoni is megl che uan, in “Il Giornale dell’Arte”, 372, Torino, febbraio 2017

Il “dialogo tra due maestri” è quello che dovrebbe avvenire, nei proclami della nuova mostra del Musée Picasso, tra Picasso stesso e Giacometti.

In fondo i presupposti ci sono. Famosi son famosi. I due si sono conosciuti – e ci mancherebbe, in quella Parigi là – e in qualche occasione pure incrociati. Che entrambi abbiano fatto sia dei quadri sia delle sculture è una cosa sulla quale, non avendo proprio nulla di meglio da fare,  si può argomentare. E poi e poi, sono due personaggi dalle aneddotiche lussureggianti, perfetti entrambi per l’immaginario banal-pop che domina i grandi show che van per la maggiore. Vuoi mettere uno che conserva sculture microscopiche in una scatola da fiammiferi e un altro che ramazza cose in giro e le monta facendone delle opere?

Picasso-Giacometti

Picasso-Giacometti

Dunque metterli insieme è un affare a prescindere, l’effetto è assicurato. Che avessero vent’anni d’età di differenza – il che, alle date dell’avanguardia storica, corrisponde circa a un’era geologica – e che avessero scelto di coltivare idee di arte fondamentalmente diverse sin dalle premesse, e dunque fossero un po’ come l’acqua e l’olio, non cale: sarebbe una roba difficile da spiegare, quindi meglio neanche nominarla.

Vabbè, c’è sempre anche il fatto che con ogni evidenza a entrambi uno come Breton stava violentemente sulle scatole, ma pare un po’ pochino per affratellarli.

Per dirne una. Giacometti rimugina tutta la vita su cosa possa essere la scultura, s’intende l’idea fondamentale dello sculturale che si aggira tra l’essere e l’esistere, e sul perché abbia senso, e ne trae quel po’ po’ di lavori che frantumano molte delle stesse idées reçues dell’avanguardia del secondo dopoguerra. Picasso fa della scultura, la fa come fa ogni cosa, tra altre cose, con il suo solito gioco dirompente di spavalderie e di derive concettuali e formali. La fa perché esiste una roba che si chiama scultura, perché altri l’han fatta e la fanno ma lui di più, perché è come un ghiacciaio, ma veloce, che inghiotte tutto morenicamente e lo restituisce verniciato di genio. Picasso ragiona per misure affermate, l’altro per dimensioni intimamente necessarie, dubbiose e pericolanti nello spazio. L’uno è il maestro del simulacro, l’altro è lì che si spende ossessivo la vita perché ha intuito che forse da qualche parte la scintilla del sacro c’è davvero.

Se serviva una mostra per spiegarci che i due partono da presupposti radicalmente diversi e fondamentalmente inconciliabili, che seguono due percorsi problematicamente tutti divaricati e giungono a esiti sideralmente distanti, fatto salvo che, essendo entrambi dotati di cervello e occhi, si tributano reciprocamente un educato rispetto – ma dopo il 1951, neanche quello – allora questa occasione è perfetta. La mostra è in realtà la sommatoria di due belle personali messe nello stesso posto, con le opere che si salutano compitamente all’ingresso e all’uscita e che nulla fanno né per cercarsi né per ignorarsi.

Poi, certo, due nomoni sul manifesto “is megl che uan”, come diceva la pubblicità, e alla fin fine lo spettatore da biglietteria riconosce qua e là una capra cicciotta, un cane magrolino, delle facce, della gente, “moderne” ma che alla fine “si capiscono”, e va via contento.