Gillian Wearing and Claude Cahun, National Portrait Gallery, London, sino al 29 maggio 2017

Nipote di Marcel Schwob, Lucy Schwob assume l’identità fittizia di Claude Cahun, neutra rispetto al genere, avviando una liaison con Suzanne Malherbe (alias Marcel Moore) che dura tutta la vita:a imbarocchire la vicenda verrà inoltre il matrimonio di suo padre con la madre di Suzanne.

Claude Cahun, Self Portrait (in robes and masks), c. 1928

Claude Cahun, Self Portrait (in robes and masks), c. 1928

Tra i due è un intreccio e uno specchiamento complesso di identità che prevede anche l’ambiguità nel firmare le opere, le quali nascono nell’orizzonte surrealista – tra le amicizie della coppia figurano  Sylvia Beach, Alice Toklas e Gertrude Stein – come fronte avanzato sul territorio assai poco esplorato (lo stesso Breton, va ricordato, è apertamente omofobo) dell’identità di genere e dell’individuo, stratificazione di maschere non solo sociali scavata nella vita vera e non solo, pirandellianamente, sul piano intellettuale.

È scrittrice notevole e naturalmente engagée, Cahun, ma usa pariteticamente, e in progetti espressivi unitari, anche la fotografia. A partire da qui la mostra documenta un percorso in cui l’idea stessa di autoritratto si fa, da genere, questione e materia viva, questione non solo di rappresentazione ma interrogazione sul come e cosa rappresentare, su quale vero vi entri in gioco: che alla fine degli anni ’30, il nazismo imperante, si innerva anche del suo discendere da una famiglia ebrea.

Gillian Wearing, Me as Cahun holding a mask of my face, 2012

Gillian Wearing, Me as Cahun holding a mask of my face, 2012

Cahun muore nel 1954 ma è riscoperta e studiata solo negli anni ’90, quando si assiste a un altro diverso specchiamento: ad esserne protagonista è Gillian Wearing, che la assume come ossessione visiva e, va san dire, ancora una volta identitaria.