Eli Lotar (1905 – 1969), Jeu de Paume, Paris, sino al 28 maggio 2017

Romeno in Francia dal 1924, sodale della più determinata Germaine Krull, Eli Lotar si ritaglia un ruolo trasversale nell’ambiente parigino del tempo.

Eli Lotar, Aux abattoirs de la Villette, 1929

Eli Lotar, Aux abattoirs de la Villette, 1929

Lavora ovviamente per l’editoria, ma immettendovi un piglio che gli viene dalle frequentazioni più intellettualmente vivificanti: la serie degli Abattoirs che esce in una rivista come “Documents”, i fotomontaggi per Le Théâtre Alfred Jarry et l’Hostilité Publique di Artaud e Vitrac dell’anno successivo, ad esempio, le collaborazioni con Buñuel e Joris Ivens, in un percorso che ne fa anche, per un tempo, il modello amicale di Giacometti.

L’atteggiamento fondamentale è l’apertura sperimentale, che è soprattutto riflessione sullo statuto della fotografia, esercizio sulla sua possibilità di esistere a prescindere dalla ricezione canonica, interrogazione e non documentazione dell’esistente e forzatura della nozione sdrucita di reale.

Eli Lotar, Punition, 1929

Eli Lotar, Punition, 1929

È, per Lotar e alcuni altri allora, un continuo entrare e uscire dalle porte girevoli del surrealismo, da Kertész a Brassaï, da Nougé a Boiffard, da Ubac a Hugnet, per non dire di Man Ray e Dora Maar. In realtà, è in gioco la definizione di campo stessa di cosa possa essere fotografia.