Geometria del disordine. Carlo Zauli e Torbjørn Kvasbø, in “La Ceramica”, 31, Milano, inverno 2016

È possibile rievocare così, nell’incrocio tra le esperienze ormai storiche di Carlo Zauli e quelle tutte contemporanee di Torbjørn Kvasbø, il titolo di una raccolta poetica tra le più intense degli ultimi decenni, Geometria del disordine di Maria Luisa Spaziani.

Torbjørn Kvasbø, Stack, red, 2009

Torbjørn Kvasbø, Stack, red, 2009

Figli di generazioni e di geografie diverse, ma d’animo per molti versi affine, Zauli e Kvasbø,  muovono da uno snodo criticamente cruciale, la negazione della forma preventiva e l’idea di opera non come compimento di un processo fabrile, ma come affermazione della problematicità del processo stesso.

Il grande artista faentino muoveva da una premessa: “Invece di comprimere forzatamente e distorcere innaturalmente, cerco di cogliere, il più acutamente possibile, le forme naturali invisibili che al suo interno si celano, che respirano ed intendono venire in superficie e vogliono essere; per poi concretizzarsi con vitalità in forme e forme che si possono contemplare, toccare ed accarezzare”. Si trattava dunque per lui, e sarà per Kvasbø, invertire i poli energetici del fare, non seguire il corso del perficere di tradizione – dall’informe alla forma preventivata, dall’inerte all’esteticamente saputo o all’utile – e mettere in scena, piuttosto, il dramma della forma, e dunque la geometria come stream inarrestabile e vivido di fratture e ricomposizioni, di enunciazioni e lacerazioni, di attese di senso e di imperscrutabilità del processo.

Carlo Zauli, Vaso sconvolto, 1976

Carlo Zauli, Vaso sconvolto, 1976

“Sconvolto” è espressione che ricorre con frequenza, periodicamente quasi per picchi aggressivi, nei ragionamenti di Zauli sul formarsi e formare. Della forma, importa accidentare il corso di crescita sino a cogliere i bivii in cui essa sia straniata dai suoi stessi saputi e riverberi corsi di sviluppo diversi, che trovano e delucidano un passo interno, una respirazione, una tensione che risuona, viva, nell’opera giunta all’esito.

Kvasbø nasce nel 1953, proprio mentre Zauli va laboriosamente delucidando le ragioni del proprio essere scultore con mani da ceramista, e a sua volta s’avvia – esplicita la serie delle Forms, primo approdo dopo una stagione formativa caratterizzata da un’attiva perplessità della forma – lungo un corso sempre più concentrato di destrutturazione delle shapes fondamentali e di auscultazione di ciò che la sostanza plastica può e vuole diversamente essere: il suo passaggio notevole nel 1999 al 51. Premio Faenza gli vale da riconoscimento internazionale, quasi un passaggio di testimone dal vecchio maestro al nuovo.

Il primo decennio del secolo è decisivo per Kvasbø. Identifica la propria cellula formativa a partire dalla filigrana dell’utile posto in scacco, un segmento tubolare che perde la propria ragion d’essere e si moltiplica per comportamenti – accumularsi, giacere, espandersi per moltiplicazione non metodica – sino a rigenerarsi in forma altra, in un possibile plastico di diversa sostanza. E trova il colore, del quale esplora la facoltà di darsi anche in contraddizione, come glossa divagante della forma, come valore in sé potente, teso sempre su un bilico estetico ardito.

Carlo Zauli, Arata, 1976

Carlo Zauli, Arata, 1976

Aggredire la certezza della forma è non subirla. Violare l’ordine è schiudere energia, è costringere la forma a ritrovare la propria necessità: anche, la propria naturalità prima dell’imposizione dell’arroganza del pensiero e delle sue idées reçues.

In entrambi lo strappo e la frattura, la lacerazione e la compressione, la torsione e lo schianto, non sono tuttavia affermati come presa di posizione ideologica nell’orizzonte di un atteggiamento d’avanguardia che, fatto ormai blague ripetitiva, erge il negativo a valore. Sono invece, in modo estremo e intimamente sofferto, atti amorevoli di liberazione e di complicità più profonda, momenti di ricerca di uno strato più radicalmente decisivo della ragione di forma: un nucleo in cui, di fatto, neppure più possa porsi la questione della complicità o della padronanza da parte dell’artista, perché ben più fondanti e non sempre scrutabili sono i legami che lo implicano nell’opera, nel suo crescere, nel suo pronunciarsi.

Torbjørn Kvasbø, Stack, turquoise, 2010

Torbjørn Kvasbø, Stack, turquoise, 2010

Dar forma e negarla sono, possono essere, a ben vedere, sistole e diastole, movenze compresenti e parimenti necessarie, là dove infine null’altro esista che la tensione, intima e necessitata, dell’opera, quella sua misteriosa e sempre sperata autonomia e identità, che la fa individuo prima e al di là d’ogni estetica.

“È un intervento umano, che mira ad un riordinamento inventivo con il materiale più semplice”, annotava ancora Zauli. E, per citare Spaziani, “quando vedi i dadi che riposano sopra il loro responso di numeri / giureresti che si trattava di un gioco?”