Giovanni Boldini, Vittoriano, Roma, sino al 16 luglio 2017

È una mostra ampia, che sopperisce alla mancanza di taluni capolavori con la documentazione partita delle sue stagioni iniziali tra Italia e Francia e con opere non ovvie della sua lunga e fastosa maturità, avviata nella Parigi umorosa degli anni ’90 dell’Ottocento.

Boldini, Coppia in abito spagnolo con due pappagalli, c. 1873

Boldini, Coppia in abito spagnolo con due pappagalli, c. 1873

Viene dalla novità toscana della macchia, Boldini, che rappresenta il suo modo di far conti definitivi con l’apparato dell’Ottocento di tradizione: non è interessato tanto alle implicazioni teoriche, ma certo ad alimentare il suo talento facile, e la cerchia delle committenze chic di cui è avido, di nutrimenti nuovi: è questo d’altronde l’intento che lo porta presto a Parigi, dove s’installa nel 1871.

L’anno è fatidico, visto quel che vi sta maturando. Impressionista non vuole e per certi versi non può essere, ma quanto le riflessioni di Degas contino nella sua pittura è noto ed evidente. Ciò che lo pone più a suo agio, agio da ogni punto di vista, è produrre per la Maison Goupil, ove è questione di gusto più che di ricerca, di stile spendibile più che di partito preso culturale.

Boldini, Il vestito da ballo, c. 1904

Boldini, Il vestito da ballo, c. 1904

A uno stile, eccitato ed eccitante e dunque perfettamente mondano, Boldini arriva presto, facendosi cantore del nuovo monde tra fine secolo ed età nuova: egli si fa forte di una sorta di cinismo mondano che gli consente di imporsi come brand, e di gran successo, per cui farsi ritrarre da lui è una sorta di obbligo e d’identificativo sociale. Naturalmente non lavora in profondo, ma sulla pelle dell’immagine e sui suoi climi visivi sì, facendosi addirittura per un tempo arbitro del gusto parigino immediatamente prevalente. È la sua forza, e insieme il suo limite.