Camille Pissarro. “Le premier des Impressionnistes”, Marmottan, sino al 2 luglio 2017

Alla fin fine di Pissarro si tengono poche mostre, quasi che fosse davvero un minore nel teatrino mediatico dell’impressionismo. In realtà ne è, almeno culturalmente, il gigante.

Pissarro, Printemps, pruniers en fleurs, Pontoise, 1877

Pissarro, Printemps, pruniers en fleurs, Pontoise, 1877

Debutta al Salon del 1859 – e c’è anche Boudin – quando Manet, del quale è maggiore di due anni, riceve il primo rifiuto. È un genio nel decifrare i corsi possibili dell’arte e nel riconoscere i talenti altrui, ma è l’esatto opposto del caposcuola che sarà Manet: per il suo anarchismo militante, per il suo rifuggire il protagonismo, per la sua gelosia nel coltivare un rapporto esclusivo di meticolosa immedesimazione con il proprio lavoro.

Nato paesista sulla scia di Corot, evita accuratamente i luoghi prediletti dagli specialisti del genere e sceglie per sé luoghi inameni e antipittoreschi come Pontoise e Louveciennes. Coltiva un rapporto con la visione naturale pieno, lucido, non panico, che passa dalla fragranza dell’impressione sensibile al lavorio attento di decantazione delle sue architetture interne che è anche, contemporaneamente, delucidazione della qualità intellettuale ed emotiva del proprio guardare.

Nei primi anni ’70 gli è vicino soprattutto Cézanne, con il quale condivide l’intuizione che l’impressione deve costituirsi in analisi razionale attenta e ricostruzione non arbitraria del visibile. È Cézanne, d’altronde, a coniare per lui la definizione perfetta di un Pissarro “umile e colossale”, d’un artista pudico cui manca del tutto il genio mondano dell’arroganza intellettuale.

Pissarro, Les boulevards extérieurs. Effet de neige, 1879

Pissarro, Les boulevards extérieurs. Effet de neige, 1879

Quanto capisca dei corsi dell’arte è detto dal fatto che comprende subito la portata delle intuizioni di Gauguin, e poi di quelle di Seurat e Signac. Che nel 1884 sia il padre fondatore degli Indépensants è il giusto epilogo.