Bente Skjøttgaard, in “La ceramica”, 30, Milano, autunno 2016

Bente Skjøttgaard compie il passo decisivo intorno alla metà del primo decennio del secolo, quando decide di sottrarsi all’alibi confidente dello schema di tradizione, la filigrana del vaso, del corpo cavo, e di interrogare la ceramica da un punto di vista totalmente anticanonico, aggredendo il mare vasto del possibile in scultura.

Skjøttgaard, Green white ramification, 2006

Skjøttgaard, Green white ramification, 2006

Dapprima saggia la facoltà di un formare che si dipani come agire aperto, teoricamente unfinishing, come ramificazione proliferante di una materia prosciugata sino a farsi trama d’un disegno spaziale: che non si demateria, tuttavia, ma assume piuttosto il passo del ramificarsi di matrice organica, d’un edificarsi biomorfo fluente e teoricamente illimite.

Da subito Skjøttgaard fa entrare in gioco l’altro elemento che assume come fondante, la contraddizione dolce ma potente tra la corporeità e la fisiologia del formare e l’idea stessa di superficie, di pelle colorata: che non è semplice tegumento, limite della forma alla luce e allo spazio, bensì materia superposta d’autonoma ragione e vocazione, d’un carattere che assume su se stesso una parte non accessoria della sostanza espressiva.

Green white ramification, Turquoise ramification, sono titoli di quel momento, 2006: e la collisione è tra l’aderenza al naturale della crescita formale e l’artificiosità dichiarata, estremizzata, di materie e colori che esibiscono la loro apparenza morbida e turgida, un’impurità che tende a sdefinire le sagome e a invischiarle in una sorta di sedimento straniato, che amplifica la forma smentendone il primato.

Nel 2009 Skjøttgaard sposta il procedimento su un piano ulteriore di forzatura concettuale inaugurando la serie dei Clouds. Il disegno fisico dell’argilla si organizza secondo un doppio movimento, la definizione – provvisoria, mutevole, imprecisata – di una massa voluminosa ma inconsistente e il suo rapportarsi a un orizzonte necessario attraverso montanti dalla pericolante capacità di portarla.

Skjøttgaard, White Cloud no 1518, 2015

Skjøttgaard, White Cloud no 1518, 2015

La suggestione è una sorta di poetica scommessa intellettuale. Da quando l’arte ha inventato l’idea di vero di natura la forma delle nuvole (“Le nuvole sono nebbie tirate in alto dal caldo del sole […] e l’umidità seguita il caldo che lassù la condusse, in qualunque parte esso caldo si fugge; e perché si fugge inverso il mezzo di ciascuna globosità de’ nuvoli, esse globosità si condensano con terminate superficie ad uso di dense montagne, e pigliano le ombre mediante i raggi solari che lassù le percuotono”, annota Leonardo) ha rappresentato una sorta di frontiera del rappresentare pittorico: ma pittorico appunto, connesso all’estremo della densità puramente atmosferica della visione, secondo un filone vagamente ossessivo che porta da Valenciennes a Constable, da Turner a Nolde.

Tentarne l’inveramento in scultura è scheggia di lucida pazzia poetica, fare dell’attorcersi dei sottili filamenti plastici la ragione della formatività imperscrutabile e inafferrabile di visioni naturali la cui stessa sostanza appare un puro addensarsi di glaze – che dunque è sostanza in sé, non copertura – un’oltranza saporosissima. Questo tenta Skjøttgaard.

Skjøttgaard, Cumulonimbus no 1619, 2016

Skjøttgaard, Cumulonimbus no 1619, 2016

Le serie Clouds field, Weather set, Cumulus congestus, White cloud, Cumulonimbus, svolge in questo secondo decennio l’ossessione plastica fastosa e lirica dell’artista, in cui con sempre maggior evidenza la consistenza colorata si fa protagonista, talora esplorando i possibili d’un bianco interrogativo, materiatissimo, d’ambigua tattilità visiva e per certi versi come respirante, e più spesso trascorrendo a toni che titillano umori iperdecorativi, quantità rese apparire fantasticante, corpi d’improbabile peso e volume.

Skjøttgaard tenta deliberatamente e continuamente una sorta di ridondanza, di fasto innaturale e turgido: ma, questo il fattore straordinario del suo operare, vi giunge attraverso un processo che scrutina mentalmente e per via di delucidazione pone in scacco saputi e aspettative: dunque in virtù di una padronanza ferocemente felice, del fare e dell’esprimere.