Una stagione irripetibile, in “Amadeus”, 323, Milano, ottobre 2016

Cade il secondo centenario della morte di Giovanni Paisiello e naturalmente è Napoli, la sua città d’elezione, e in particolare il Teatro di San Carlo, a organizzarne le celebrazioni. “Giovanni Paisiello al San Carlo” è la mostra allestita al Memus, il museo del teatro (sino al 31 dicembre 2016), che documenta l’intensità del rapporto tra l’artista e il teatro, figli dello stesso secolo e d’una stagione di cultura irripetibile.

De Simone-Carosi-Nicoletti, Festa Teatrale, San Carlo, Napoli, 1987

De Simone-Carosi-Nicoletti, Festa Teatrale, San Carlo, Napoli, 1987

Infatti il grande tarantino è, della grande scuola napoletana della seconda metà del ‘700, un caposaldo, e al San Carlo debutta l’11 luglio 1767 con Lucio Papirio dittatore, libretto di Apostolo Zeno e scene di Antonio Joli, gran vedutista e giramondo – Roma, Venezia, Londra, Madrid – allievo del Pannini, che sceglie Napoli come ultimo approdo.

La pittura di vedute e la scenografia sono, a quel tempo, arti sorelle: sono, quelli, i tempi in cui l’Europa del Grand Tour stravede per Bernardo Bellotto e Francesco Guardi, e Luigi Vanvitelli, artefice dei capolavori della Reggia di Caserta e del Foro Carolino, oggi piazza Dante, è figlio di Gaspar van Wittel, uno dei padri fondatori del genere. Nel 1786 il cosmopolita Ferdinando I di Borbone nomina il prussiano Jacob Philipp Hackert, cresciuto a Parigi e operoso a Roma, che frequenta Napoli già dal 1770,  “primo Pittore di Paesi, Cacce, e Marine” commissionandogli una serie sistematica di vedute dei suoi possedimenti e dei porti del regno.

Capodimonte, la reggia di Portici, il Real Albergo dei Poveri di Ferdinando Fuga, l’Immacolatella di Vaccaro, le sculture di Francesco Celebrano che compiono la meravigliosa Cappella Sansevero indicano un fervore da grande capitale.

Paisiello,  L'Idolo Cinese, De Simone-Luzzati, Palazzo Reale, Napoli, 1992

Paisiello, L’Idolo Cinese, De Simone-Luzzati, Palazzo Reale, Napoli, 1992

Nel 1755 è nata inoltre l’Accademia Ercolanese, che si dà il compito di divulgare in un’opera editoriale monumentale le Antichità di Ercolano, ovvero i ritrovamenti “miracolosi” di Pompei, Ercolano, Stabia, Oplonti, che restituiscono non l’antichità algida del neoclassicismo ma quella vivente e pulsante della vita, della storia.

Le pitture pompeiane cambiano l’arte e il gusto universali, e incidono non poco anche nel clima musicale. Tra la Napoli Borbonica, la San Pietroburgo della grande Caterina e l’infatuazione per Napoleone, anche Paisiello s’impregna d’umori d’antico: da Le nozze di Peleo e Tetide a Catone in Utica, da L’Olimpiade ad Andromaca, culminando con il geniale Socrate immaginario in cui si mette alla berlina addirittura la moda snobistica della cultura antica, è tutto un rideclinare ciò che fa della città, per un tempo, il vero epicentro della cultura internazionale. Quando nel 1987 Roberto De Simone, vero artefice della “rinascenza” moderna del teatro musicale napoletano, mette in scena con Mauro Carosi e Odette Nicoletti la Festa teatrale per i 250 anni del Teatro di San Carlo, fa dominare la scena proprio da un frammento di pittura teatrale pompeiana, quasi la continuità naturale tra antichità, ‘700 e cultura contemporanea: non solo le Antichità di Ercolano vengono pubblicate anche nel 1773 in Inghilterra, nel 1778 in Germania, nel 1780 in Francia, ma ad esse si affianca il Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile, 1781-86, dell’Abbé de Saint-Non, perché il revival greco-romano è davvero ciò in cui Napoli è, come in musica, scuola d’Europa.

Paisiello, Socrate immaginario, De Simone-Rubertelli-DeVincentis, San Carlo, Napoli 2005

Paisiello, Socrate immaginario, De Simone-Rubertelli-DeVincentis, San Carlo, Napoli 2005

Non è un caso che proprio in quegli anni, esattamente nel 1787 in cui il San Carlo dà Pirro e Giunone Lucina di Paisiello, Wolfgang Goethe dia descrizioni straordinarie del suo soggiorno napoletano, in cui con l’amico pittore Johann Heinrich Tischbein scopre la bellezza dei tableaux vivants di Emma Lyon, moglie dell’ambasciatore inglese William Hamilton, in cui la giovane mette in scena le figure delle ceramiche antiche collezionate avidamente dal marito facendosi essa stessa quadro vivente: Hamilton “a volte entro la cornice dorata la vestiva con forti colori sullo sfondo nero, imitando le immagini antiche di Pompei e persino le opere dei maestri moderni”.

È un sogno d’antico al quale proprio Paisiello ha inferto però un primo colpo ferale. Il suo Barbiere di Siviglia, che nel 1782 inaugura l’epopea della messa in musica di Beaumarchais, già annuncia che un altro mondo è alle porte.