Päivi Rintaniemi. Il tempo del fare, in “La ceramica”, 29, estate 2016

Seinäjoki è una città finnica dominata dalla figura grande di Alvar Aalto, che qui ha edificato alcune delle sue opere maggiori.

Non si può non considerare questo aspetto ragionando dell’opera di Päivi Rintaniemi, che a Seinäjoki da sempre vive. Da un canto l’artista passa con continuità del tutto senza soluzioni, aproblematica, dalla pura ricerca formale alle implicazioni di design: un design, beninteso, che non è ricerca metodologicamente agguerrita ma mera distillazione dell’essenza formale/funzionale dell’oggetto plastico.

Päivi Rintaniemi, Superfluus

Päivi Rintaniemi, Superfluus

D’altro canto assume intimamente nel proprio fare le frequenze del naturale, di un rapporto profondo, sentito, di identificazione con i luoghi, con il panorama visivo in cui è nata e si identifica, in cui cammina e respira: l’agire artificiale allora non è un opporre il gesto umano all’esistente di natura, ma un’estensione complice e consapevole.

La grande lezione di Aalto è stata questa, delucidare la naturalità possibile dei propri progetti auscultandone profondamente le ragioni prime, decantando gli elementi di impurità accessoria e soprattutto trovando una chiave di producibilità che nella concezione operativa, nelle sue fisiologie e matericità, conservi la fragranza inventiva dell’opera unica.

Detto tutto ciò, è nelle opere uniche che Rintaniemi ovviamente riversa la pienezza del proprio pensare e fare. Ha scelto di lavorare su una materia chiara, scabra e asciutta nella propria ostensione diretta, il cui porsi in rapporto complice con la luce incidente ne stabilisce l’apparenza lieve ma netta. Una materia che affiora dall’orizzonte e si dispone come presenza non quantitativa, come plesso spaziale insieme solido, certo di se stesso, e capace di vivere la propria qualità non assertiva, ritratta, meditabonda.

Il rapporto con la mano è d’intenso scambio emotivo, è carezza non tenera non estenuata ma amorevole nella sua precisione determinata, nel suo vigore rilassato: la mano fa sapendo l’intimità della materia, le sue vocazioni, ma non se ne fa ancella: trovare l’essenziale è, sempre e comunque, un processo di pensiero, di selezione, di ricerca della soglia del necessario in assenza di superfluità che suonerebbero compiacimenti.

Dal punto di vista formale la concezione di fondo di Rintaniemi è quella della cavità che contiene e si apre, che protegge e rivela. La filigrana lontana è quella dell’uovo come forma generativa che si trasfigura in seme, della cavità che conserva e restituisce, aggirandosi intorno all’eco più profonda dell’etimo latino recipere: del concavo come femminile: e si consideri che il termine forma implica, nel rimontare alle origini linguistiche prime, tanto l’idea di consistere quanto quella di contenere.

Päivi Rintaniemi, Mane, 2009

Päivi Rintaniemi, Mane, 2009

L’artista tuttavia preferisce liberarsi della prefigurazione, della pensabilità geometrica ordinata, dunque del perfettibile della forma, e abbandonarsi all’esperienza della rivelazione, ogni volta rinnovata, del suo voler essere: che non si serra in bordi delineati, in linee di crescita destinate a una shape conclusa, ma si offre come fisiologia complessa e non prigioniera della geometria, che esibisce le proprie memorie d’organico, le proprie vive indeterminatezze.

In altri termini gli oggetti plastici di Rintaniemi dichiarano, attraverso la non linearità progettuale che li fa crescere, anche la misura del tempo del fare come momento essenziale di comprensione e di cognizione della forma: un tempo non quantitativo, non ridotto a meccanica disciplinare, ma qualitativamente alto perché è quello della meditazione concentrata dell’artista su se stessa, oltre che sul proprio processo: un tempo che si avverte come fluire di pensieri e atti insieme, di bivii di scelta, di minime avventure e di un to play radiante, avvertitissimo.

Sono forme assai vicine all’idea di less postminimale così come l’esperienza moderna, adattando a se stessa l’antica intuizione geniale di Robert Browning (“Well, less is more, Lucrezia”) ce lo ha consegnato, ma non vi si avverte un atteggiamento programmatico, e men che meno ideologico.

Fare solo ciò che va fatto consente di rivendicare il pregio del tempo dell’esperienza, la sua centralità, che è anche il punto in cui la pratica dell’arte si fa in Rintaniemi momento decisivo del proprio vivere tutto, in saporoso precipitato biografico (“Time is my most merciful value. It is dear to me and my only possession”, scrive l’artista). Allo spettatore, poi, offre solo ciò che della forma dev’essere, un soggetto senza predicati, senza discorsi intorno a: è forma che è, null’altro.