Professione fotografi, in “Amadeus”, 322, Milano, settembre 2016

La visività e l’immaginario della musica passano attraverso la sue rappresentazioni: nella modernità, soprattutto attraverso quelle della fotografia. Silvia Lelli e Roberto Masotti (Galleria nazionale dell’Umbria, Perugia, sino al 25 settembre 2016) sono stati e sono, da questo punto di vista, tra gli interpreti e artefici maggiori della musica della fase straordinaria in cui, espanso in modo decisivo l’orizzonte del fatto musicale, esso ha assunto sempre più le caratteristiche della performance con ambizioni, se non di totalità, certo ben più ampie della mera esecuzione, trovando punti fervidi di contaminazione tra discipline: l’incrociarsi e il reciproco riconoscersi della classica e del jazz, dell’improvvisazione e del rock, della sperimentazione e della musica di strada, del teatro-danza e dell’happening.

Lelli e Masotti, Demetrio Stratos, solo performance, spazio Preart

Lelli e Masotti, Demetrio Stratos, solo performance, spazio Preart

Hanno cominciato a fotografare, e a fotografare insieme, nel 1974, attraversando la stagione fervida in cui gli autori e gli esecutori si sono fatti definitivamente personaggi, icone della propria stessa musica, e per altro verso in cui il loro stesso corpo, lo stesso agire era momento fondante del fatto musicale. Dal 1979 hanno avviato una lunga collaborazione con il Teatro alla Scala e contemporaneamente hanno continuato a esplorare i confini di un intendimento diverso dello spazio musicale, un territorio in cui s’incrociavano, per intenderci, John Cage e Pina Bausch, Leonard Bernstein e Maurizio Pollini, Frank Zappa e Demetrio Stratos, Keith Jarrett e Arvo Pärt, Karlheinz Stockhausen e Juan Hidalgo.

Le loro scelte sono state da subito lucide. L’immagine in bianco e nero asciutta, non forzata retoricamente come allora pur usava, totalmente antibarocca nel nulla concedere alle componenti spettacolari e di effetto suggestivo. Un approccio mai straniato ma sempre ben presente e partecipe dell’evento, di un accadimento di cui restituire aromi e riverberi e retrogusti che sono quelli di quel luogo, in quella situazione, in quel tempo preciso: che era ciò che faceva del live una scelta etica, oltre che espressiva, di cui l’inondazione tecnologica di oggi ha fatto perdere molte tracce.

Non era, negli eventi e nelle loro immagini, una pura questione di rappresentazione e di coloritura narrativa. Lelli e Masotti intendevano restituire la dimensione fisica, antropologica che della musica è essenziale, l’agire di corpi che sono e fanno musica – non solo nei casi eccezionali, come Demetrio Stratos – e che stabiliscono circostanze irripetibili in cui davvero essa ritrova la sacralità radicale del sentire comune, dell’ascolto che passa per il vedere e l’esser lì.

Detto in altri termini, i due autori hanno fatto della loro fotografia uno strumento vivido di riflessione critica intorno al musicale, dando vita a veri e propri saggi interpretativi lucidi e capaci di intuizioni azzardate e felici.

Si può sintetizzare per esempi che paiono paradossali ma hanno, credo, una loro efficacia. Il mondo della musica colta e istituzionalizzata, quello della Scala che Lelli e Masotti hanno largamente frequentato, non ha cambiato da allora a oggi le proprie liturgie sceniche. Ma se gli occhi e l’obbiettivo che guardano Mstislav Rostropovich e Maurizio Pollini sono gli stessi che hanno scrutato, penetrato l’evento di un’esecuzione di Miles Davis o un soliloquio straniato e feroce di Keith Jarrett, vedono altro, e dunque schiudono anche un diverso ascoltare: il che è, appare chiaro, ben diverso dalle teatralizzazioni forzate, dai piccoli show comportamentali cui molti esecutori tra classica e dintorni oggi ricorrono.

Lelli e Masotti, Compagnie Lubat, Piazza Duomo, Milano

Lelli e Masotti, Compagnie Lubat, Piazza Duomo, Milano

Vedere è, per i due autori, una dimensione resa intima alla volontà di ascoltare, di penetrare in profondità la ragione del fatto musicale. Non è questione di fotografare degli esecutori musicali, ma di comprendere la ragione e la qualità della loro musica, quella sua sostanza ineffabile che si manifesta al momento il cui essa si verifica.

Che poi ciò avvenga, per Lelli e Masotti, sia quando il loro approccio è più “professionale”, cioè legato a committenze e destinazioni prestabilite, sia quando esplorano autonomamente nei loro progetti vie creativamente non vincolate, è il segno più chiaro che ormai il loro approccio è talmente introiettato da essere divenuto una condizione essenziale del loro pensare e fare.

Poi ci sono anche fotografi che realizzano belle e spettacolari fotografie di gente che suona, e poi in studio ascoltano muzak. Ma la differenza si vede.