D’oro la vaccata è più sacra,  in “Il Giornale dell’Arte”, 366, Torino, luglio 2016

È bello come certe notizie arrivino insieme, quasi fossero frutto di una regia sagace. Hai appena finito di leggere che il Cattelan, in evidente ansia da prestazione, ha concepito l’idea di collocare nelle toilettes del Guggenheim un water tutto in oro, e subito da un’altra parte ti raccontano che i buddisti cinesi di Quanzhou hanno deciso di ricoprire d’oro il corpo mummificato di un monaco devoto per esporlo all’adorazione dei fedeli e all’ammirazione di tutti.

Monaco mummificato, Quanzhou

Monaco mummificato, Quanzhou

Cortocircuito meraviglioso, se ci pensiamo. Una roba, qualsiasi roba, ci metti su dell’oro e si strania, diventa qualcos’altro, dal sanitario alla santità. Ci si potrebbe far sopra un sacco di sproloqui filosofici, a voler fingersi intelligenti. Ma più banalmente la domanda, come diceva quel comico, “non è chi è, la domanda è pecché”.

Qualche ragionamento intorno sorge spontaneo. Dunque l’artista geniale e irriverente per eccellenza mette su uno spettacolino perfetto per il colonnino destro dei siti online, e tutti giù a citare Duchamp e Manzoni. A me viene in mente semmai il mitico Pierre Pinoncelli, che nel 1993 in un museo di Nîmes fece pipì nell’orinatoio di Duchamp. Attentato!, si gridò da più parti, mentre il sindaco della città si affrettava a garantire che l’opera era adeguatamente assicurata per un alto valore e squadre dei migliori restauratori promettevano che l’opera sarebbe stata restituita allo splendore (!) originario. Ora, il Cattelan non fa altro che istituzionalizzare Pinoncelli evocando una sequenza di luoghi comuni banalotti anziché no, oltre che naturalmente i cessi veri del tamarrume che sta tra Beverly Hills, il Veneto del miracolo economico e la Pechino dei billionari. L’eccezione è semmai la questione delle sacre norme sulla sicurezza delle opere e soprattutto quella del mansionario dei custodi, che devono essere sempre presenti quando uno spettatore fruisce d’un’opera: e qui la vedo una faccenda burocraticamente affascinante.

Quanto al monachello, la cosa si pone davvero come un delirio antropologico. Un omino in odore di santità si fa seppellire in un’urna bellissima nella posizione del loto, e il suo corpo si mummifica. È un corpo sacro pazzesco, con un’aura grande così. Porca vacca, si dice un qualche genio buddista: giochiamo a sacro e più sacro: perché non farlo tutto d’oro?

Non c’era mica bisogno di sapere la faccenda di re Mida per capire che a occhio e croce trattasi di idea del ciufolo. Eppure, ecco che prontamente le spoglie del vecchietto vengono affidate a mani abili e da queste meticolosamente placcate di nobile metallo lucente. L’operazione è documentata e ampiamente diffusa urbi et orbi. La foto più spassosa è quella di una piccola folla di monaci tutti lì con i loro smartphone a fotografare la mummia, che in quella posa e con le sue orbite vuote pare fissare con desolazione quel branco di imbesuiti.

Il culmine è naturalmente il risultato. Tutto ricoperto d’oro, quello che era corpo, corpo vero, di un uomo santo è diventato una sorta di pupazzo luccicoso che pare uscito da un viaggio lisergico del vecchio Rambaldi, come un cugino stortignaccolo di E.T. o l’antenato archeologico di C-3PO di Guerre stellari. Da monstrum, visione prodigiosa, l’uomo-statua passa a mostro, che del monstrum è la versione pirla, parente dell’aurea Kate Moss di Quinn ma, incredibilmente, parente povero. Dicono che lo mettono nel loro santuario: speriamo almeno che non lo mandino in tournée.

Il pensierino che sorge spontaneo è questo: che si tratti di water o di santoni religiosi, non è che con l’oro migliori la situazione, ché una vaccata è fondamentalmente, inderogabilmente, incoercibilmente, desolatamente, definitivamente una vaccata.