Kati Tuominen-Niittylä. “Esatta bellezza”, in “La ceramica”, 28, marzo 2016

Non è questione di “less is more”, nel lavoro di Kati Tuominen. Per troppi decenni il luogo comune d’un togliere che si motivava in se stesso, come se eliminare a partire dalla complessità fosse di per sé una condizione virtuosa, ha ridotto la pratica formale a esercizio sterile.

Kati Tuominen-Niittylä, From the series Kuva, work no 3B, work no 7, 2014

Kati Tuominen-Niittylä, From the series Kuva, work no 3B, work no 7, 2014

Tuominen, cui l’esperienza plastica ha conferito la saggezza profonda del far affiorare la shape attraverso un processo agguerrito di auscultazione, selezione e ripensamento d’ogni singolo passaggio del fare, muove piuttosto dalla distillazione d’un pensiero, da una idea di geometria interna che sia, essa sì, essenziale, e dunque porti inevitabilmente alla forma necessaria.

Dunque il pensiero della sostanza geometrica delle cose procede, saggiandolo, da un altro tipo di complessità, che in radice nulla ha degli aspetti dell’ordinario. I materiali intellettuali da cui l’artista muove sono alcune forme d’uso ataviche, in primo luogo contenitori. Si tratta di una scelta precisa, dal momento che si tratta di oggetti che una storia lunghissima fatta di esperienze, della materia e della funzione, ha sedimentato nei secoli.

Tuominen ne estrapola la ragione grafica primaria, quel sistema di rapporti e proporzioni, di tensioni lineari vitali, che ne rappresenta la storia. Si avvicina così all’umore probabile dell’idea, al concepire la forma rispetto a uno spazio che è, in prima istanza, solo teorico, e che in virtù di ciò l’opera qualifica attivandolo: rispetto alle dimensioni, rispetto alla luce, non per integrazione ma quasi per irruzione silenziosa.

Ciò che l’artista prevede non è un effetto, un apparire, ma una presenza: snudata e potente, e verrebbe da dire monumentale, nella sua icasticità senza aggettivi, nel suo essere lì, per sé, con legittimità estetica. Qualità, non quantità: shape, appunto, prima che materia formata.

Kati Tuominen-Niittylä,  Inverno II, from the Talvi (Winter) series, 2010

Kati Tuominen-Niittylä, Inverno II, from the Talvi (Winter) series, 2010

Naturalmente ciò comporta una consapevolezza precisa del proprio fare. Toccare la terra, dunque lavorare per via di porre, prevede una complicità con la materia, o all’opposto una demiurgia, in cui i fattori di effusione dell’abilità o del gusto sono più facilmente in agguato. A tali rischi ci si può sottrarre, l’artista sa bene, se contemporaneamente chi fa è totalmente padrone delle implicazioni intellettuali dell’operare, della necessità cruciale di quella che Leon Battista Alberti chiamava nel De statua l’“esatta bellezza”.

È una ricerca di euritmia, di rapporti. Tuominen potrebbe, come molti, affidarsi al rigorismo metodologico dei numeri, al sistema di regole che un certo razionalismo estremistico ha imposto al ‘900. Nulla di tutto ciò. L’artista sa bene che, se non quella del vero di natura, la fisiologia storica dell’oggetto d’uso gli conferisce una naturalezza intima, di appartenenza ab origine al mondo che chiede solo d’essere, all’antica, commisurata, delucidata, resa nuova e per certi versi definitiva sostanza formale.

Guardare le sue opere collocate nell’ambiente ne fa intendere subito la separatezza fondamentale, che deriva proprio dal diverso statuto conferito loro dall’esser nate in esatta bellezza.

Kati Tuominen-Niittylä, From the series Kuva, Untitled, 2015

Kati Tuominen-Niittylä, From the series Kuva, Untitled, 2015

Il loro habitat naturale, se uno ve n’è, è un luogo fatto di puro spazio in pura luce che ne definisca i contorni e le curvature dolci ma determinatissime, in una sorta di condizione che le faccia apparire come avvenimenti metafisici straniati e stranianti.

Sono cose che volevano, che dovevano essere: non perché appartenenti alla congerie dei possibili, ma perché dichiarano, offrendosi allo spazio, allo sguardo, alla luce, una sorta di tersa, ripensabile, definitiva fatalità.