Moderni baccanali, in “Amadeus”, 316, Milano, marzo 2016

Cosa accomuna Wagner e John Cage? Un baccanale. Il primo lo mette in scena sotto forma di pantomima-corale nel Tannhäuser, quando il cavaliere è prigioniero sul Monte di Venere. Il secondo ne fa nel 1938 il primo dei suoi pezzi per piano preparato, componendolo per una coreografia di Syvilla Fort, straordinaria danzatrice afroamericana. In entrambi i casi esso rappresenta la dismisura paganeggiante che si contrappone all’ordine apollineo: il ritmo puro, la carne, il sangue, il vitalismo contro la purezza e la bellezza contemplativa.

Pradier, Satyre et Bacchante, 1834

Pradier, Satyre et Bacchante, 1834

Una gran mostra (“Bacchanales modernes! Le nu, l’ivresse et la danse dans l’art français du XIXe siècle”, Galerie des Beaux-Arts di Bordeaux) ricostruisce la fortuna dell’idea stessa del dionisiaco, cui il baccanale è strettamente legato, così come l’‘800 l’ha lasciata in eredità, nelle arti visive e sulla scena. Il disagio culturale di quell’epoca è noto. L’accademismo ha reso esangue e logora l’idea di perfezione classica, proprio nel momento in cui la società del Secondo Impero vive, ha scritto un testimone del tempo, una stagione di “ebbrezza elegante”. Non a caso a volere la celebre rappresentazione parigina del Tannhäuser del 1861 è la principessa Pauline von Metternich, amica personale di Napoleone III, talmente adepta dei piaceri, e non solo quelli eleganti, da meritarsi il nomignolo di Choconnette. Nel 1877 sarà la volta di Camille Saint-Saëns, che inserisce una danza bacchica nel suo Sansone e Dalila.

Dioniso e il suo corteggio di baccanti e di satiri, Orfeo ucciso dalle donne della Tracia nel corso di un baccanale, sono due figure ben note al mondo letterario, artistico e musicale. Ora l’accento si sposta sull’energia anche animale che esse evocano, sulla pienezza della corporeità che predilige la forma viva e sensuale alla forma bella, la libertà alla disciplina, il disordine creativo al rigore algido.

Levy, La Mort d'Orphée, 1866

Levy, La Mort d’Orphée, 1866

Due date. Nel 1858 Jacques Offenbach presenta ai Bouffes-Parisiens Orphée aux Enfers, il cui “galop infernal” diventa il simbolo di un’epoca e in cui, a proposito dell’intrecciarsi dei due miti, Euridice si traveste da baccante. Dieci anni dopo Jean-Baptiste Carpeaux realizza per la facciata dell’Opéra Garnier il gruppo della Danza, in cui danzatrici nude circondano un giovane discinto al suono dei cembali, dunque al ritmo di un rito bacchico. Lo scandalo è grande, soprattutto perché la sensualità dell’immagine supera largamente gli standard morali dei benpensanti, e perché l’idea stessa di rito dionisiaco è legata all’estasi irrazionale, a una perdita di controllo che tocca anche la sfera sessuale.

A poco valgono i richiami all’antico, alla celebre Menade dello scultore Skopas che è uno dei capolavori della classicità e alle numerose raffigurazioni ellenistiche il cui i fauni, mezzi uomini e mezzi capri che vivono nelle selve,  amoreggiano con ninfe e baccanti in una sorta di mitologizzazione della wilderness.

Lo spirito dionisiaco dilaga in letteratura, nelle arti, in musica come stilizzazione di un mondo che, per la sua vitalità festosa, ancor oggi conosciamo come la Belle Époque. Ciò accade sia a livello cólto sia al livello della cultura popolare, che subito si impossessa di questi temi per farne il pretesto per spettacoli allusivi e scollacciati, che con l’alibi dell’ispirazione classica forzano le maglie, in verità già larghe nella Parigi d’allora, della censura.

Lhote, Bacchante, 1912

Lhote, Bacchante, 1912

Un’altra data. Nel 1912 Isadora Duncan, propugnatrice di una danza in cui si esprima la fisicità libera del corpo, acquista l’Hôtel Paillard a Bellevue e ne fa il suo nuovo tempio della danza, che ribattezza Dionysion e del quale rimpiangerà, anni dopo, “i miei bassorilievi di Baccanti, di forme danzanti di ninfe e satiri”. In quegli stessi mesi il leggendario coreografo e danzatore Vaslav Nijinski porta sulle scene L’après-midi d’un faune di Debussy con scene e costumi di Léon Bakst, mentre Alfred Bruneau presenta all’Opéra il balletto Les Bacchantes. Anche André Lhote, nel momento del trionfo della pittura cubista, in quella data presenta la sua Baccante, un nudo dalla posa anticonvenzionale immerso nel paesaggio: ora è la forza vitale a contare, non la bellezza chiusa in se stessa.