Toulouse-Lautrec und die Photographie, Kunstmuseum, Bern, sino al 13 dicembre 2015

“You press the button, we do the rest” è lo slogan delle macchine Kodak che Eastman produce a partire dal 1888. Uno dei valori essenziali della “vie moderne” inseguita dai pittori nuovi è reso facilmente disponibile.

Anonimo, Môme Fromage nell'atelier di Lautrec, 1890

Anonimo, Môme Fromage nell’atelier di Lautrec, 1890

L’“impression fugitive” che Manet traduce, nelle parole di Antonin Proust, in schizzi sui suoi carnet può essere ora immagine piena, in se stessa compiuta: è, in ogni caso, un modo diverso di pensare la visione.

Toulouse-Lautrec è uno degli entusiasti del mezzo. Non al punto da farsi fotografo, come accade a Bonnard, a Vuillard, a Vallotton, ma di esplorare con voracità lo statuto confinario di quelle immagini, certo sì.

A supportarlo in queste esperienze sono tre autori, principalmente, Paul Sescau, François Gauzi – a sua volta pittore – e Maurice Guibert, amatore di talento. È per il loro tramite che Lautrec frequenta l’immagine meccanica, che nel suo intricato sentirsi vivere è anche documento di un modo di rappresentarsi mondanamente artista: quando nel 1892 si mette posa travestendosi con il cappellino e il boa di Jane Avril, par di sentire già un acuto profumo duchampiano.

Guibert, Toulouse-Lautrec come samurai, c. 1892

Guibert, Toulouse-Lautrec come samurai, c. 1892

Che la fotografia sostituisca il lavoro vis à vis con la modella è fatto ormai scontato. Che il fotografo realizzi per lui esattamente ciò che Lautrec prevede sarà l’opera dipinta, è un caso di collaborazione nella costruzione dell’immagine, soprattutto ritrattistica, su cui si dovrebbero fare ragionamenti sofisticati.