Un predatore di arti, in “Amadeus”, 308, Milano, luglio 2015

“Mentre crea, un compositore si trasforma in predatore e si appropria di tutto ciò che può stimolare la sua immaginazione”. Così dichiara Pierre Boulez, per suggerire una spiegazione del suo rapporto profondo non solo con la musica, ma con tutto quello che il filosofo e poeta Michel Deguy ha chiamato “il girotondo delle arti: scultura e pittura e musica e poesia”.

Les Concerts du Domaine musical, dir. Pierre Boulez, 1956, copertina di André Masson

Les Concerts du Domaine musical, dir. Pierre Boulez, 1956, copertina di André Masson

È inusuale, d’altronde, che tra gli scritti di maggior interesse di un musicista figuri un libro come Le pays fertile: Paul Klee, pubblicato nel 1989, in cui uno dei più grandi pittori del ‘900 è indicato come uno dei punti di riferimento importanti per chi voglia fare musica.

Klee è ben presente nei pensieri di Boulez almeno dal 1956, quando l’amico Karlheinz Stockhausen gli regala una copia degli scritti del pittore – il quale, va notato, era un ottimo violinista dilettante – accompagnandola con queste parole: “Vedrai, Klee è il miglior professore di composizione”.

Non che, beninteso, il giovane maestro reso già celebre da Le Marteau sans maître, 1954, abbia bisogno di ulteriori lezioni. Ma proprio quella composizione, che riprende anche nel titolo i poemi d’umore surrealista di René Char, rende evidente che Boulez si pone problemi di metodo, di struttura della composizione, e anche di qualità visiva della scrittura musicale (non a caso, è collezionista appassionato di preziosi manoscritti musicali di grandi autori, “rivelatori del loro temperamento, del meccanismo del loro pensiero, del gesto stesso della composizione”), che vanno ben oltre i confini della sua disciplina.

De Staël, Étude d’orchestre, 1955

De Staël, Étude d’orchestre, 1955

D’altronde, proprio Klee ha insegnato al mondo che occorre, spiega il grande compositore, “applicare le ricchezze della musica a un altro modo d’espressione, studiarne e trasferirne le strutture”, e dunque è importante capire con esattezza, e rendere fertile, il territorio comune di pensiero, una questione assai più complessa che “tradurre” da un linguaggio all’altro.

Proprio in quella metà degli anni ’50 Boulez è impegnato in una delle sue fervide iniziative pionieristiche destinate a lasciare il segno, il Domaine musical, cui si devono stagioni di concerti ed edizioni discografiche che hanno fatto epoca. A renderne possibile la nascita è Suzanne Tézenas, mecenate il cui salotto letterario è un vero e proprio crocevia di talenti. Qui nel 1949 John Cage si esibisce in un concerto per piano preparato, qui si incontrano Cioran e Ionesco, Graham Greene e Moravia, Jean-Louis Barrault e Olivier Messiaen, Stockhausen e Berio, qui sono di casa pittori come Joan Mirò e Nicolas de Staël, Vieira da Silva e André Masson, Raoul Ubac e Zao Wou-Ki. Il loro coinvolgimento non riguarda solo la realizzazione ad hoc di copertine discografiche – celeberrima è quella di Masson per Le Marteau sans maître accompagnato da pezzi di Webern, Nono e Stockhausen, 1956 – ma anche un dialogo serrato di idee con i musicisti. Il rapporto è da subito più radicale: non a caso nel 1958, in occasione dell’esecuzione di Poésie pour pouvoir, su testo di Henri Michaux, il Festival di Donaueschingen organizza una mostra/confronto tra opere grafiche di Mirò e partiture di Boulez.

Pierre Boulez, Rituel Eclats Multiples, 1976, copertina di Vieira da Silva

Pierre Boulez, Rituel Eclats Multiples, 1976, copertina di Vieira da Silva

Inoltre, Boulez ricorda che “Nicolas de Staël risaliva dal Midi, dove abitava, per assistere ai primi concerti del Domaine. Discutevamo a lungo di ciò che distingueva la musica di Schoenberg da quella di Webern”. Il pittore nei suoi ultimi anni di vita è quasi ossessionato dalla musica: nel 1952-1953 dipinge Les Musiciens, souvenir de Sidney Bechet, e in seguito L’orchestre,  e Les Indes Galantes in omaggio a Rameau. Nel marzo 1955 assiste a Parigi a due concerti del Domaine musical da cui nasce la grande tela Le Concert, la sua ultima opera: il 16 marzo mette fine alla propria vita.

La pittura è dunque, da sempre, presenza costante nei rimuginii intellettuali di Boulez. Se ne è avuto un esempio nel 2008 quando, invitato dal Louvre, egli ha incrociato esecuzioni musicali e commenti di dipinti scelti, da Ingres a Kandinskij, da Picasso all’amatissimo Klee, offrendo una lettura per consonanze interiori, ad esempio tra Debussy e Cézanne, tra Webern e Mondrian,  cercando di leggerne e il senso del finito e dell’opera aperta, il valore dell’architettura intellettuale e dell’emozione.