Musiche per gli occhi, in “Amadeus”, 306, Milano, maggio 2015

Il 12 aprile 1917 un evento sconvolge il mondo delle arti. Al teatro Costanzi di Roma va in scena Feu d’artifice, su musiche di Igor Stravinkij, nell’invenzione di Giacomo Balla.

Balla è un caposcuola del futurismo, e dunque mira a rompere ogni vincolo tra le singole discipline secondo l’idea di opera d’arte totale come opera perfetta e definitiva che Wagner aveva a lungo teorizzato ed esplorato.

Balla, Feu d'artifice, 1915

Balla, Feu d’artifice, 1915

L’avanguardia, la rottura sistematica dei codici vigenti, è l’erede perfetta di quel sogno: e Feu d’artifice la prima occasione in cui non possiamo parlare di esperimento ma di vera e propria realizzazione. Balla concepisce un complesso di sessanta effetti luminosi che mutano continuamente e anima lo scenario plastico dando vita a un’equivalenza compiutamente astratta tra suono e visione, in assenza di attori, per una durata di circa cinque minuti. Non traduce dunque sulla scena un dipinto, ma concepisce un evento visivo direttamente per essa, come fosse un quadro a tutti gli effetti dinamico.

Il passaggio è decisivo. L’antica contraddizione tra la fissità del quadro e il movimento che ci si attende dalla situazione teatrale si risolve in un’opera realmente dinamica, che ingloba entrambi i codici espressivi in un’unica concezione originale.

Devono passare molti anni prima che si possa assistere a un evento di altrettanta rilevanza. Annunciando che nella nuova arte “concepiamo la sintesi come una somma di elementi fisici: colore, suono, movimento, tempo, spazio”, nel 1949 Lucio Fontana realizza alla galleria del Naviglio di Milano un’opera emblematica, l’Ambiente spaziale a luce nera, in cui una serie di elementi fosforescenti e fluttuanti sono appesi al soffitto dello spazio espositivo completamente nero. Lo spettatore è “dentro” l’opera, tutti i suoi sensi vi sono immersi e dilatati, e ciò determina un’esperienza estetica totale.

Otto Piene, Lichtballett

Otto Piene, Lichtballett

L’esempio di Fontana, maestro carismatico delle neoavanguardie del secondo dopoguerra, trova subito emuli che esplorano vie non dissimili. Tra questi spicca Otto Piene, che con l’amico Heinz Mack, con cui fonda il Gruppo Zero, a Düsseldorf sperimenta alla fine degli anni ‘50 opere in cui la visione sia una pura sensazione luminosa mutevole nel tempo e nello spazio.

L’opera d’arte non deve solo espandersi sino a farsi ambiente, un luogo totalmente estetico che ingloba lo spettatore al suo interno, ma per lui può diventare un tutto che assorbe in se stesso anche i codici dello spettacolo. Nascono così i Lichtballetten, i “balletti di luce” che Piene concepisce come un evento artistico che trascenda qualsiasi definizione sino ad allora in uso. Nel mondo dell’arte essi sono indicati oggi come “sculture performative” o “installazioni cinetiche”, ma si tratta di sintesi assai riduttive.

Anche qui, come nel precedente storico concepito da Balla, a “danzare” sono le luci, che tecnologie sempre più sofisticate consentono di far muovere secondo andamenti preordinati (l’artista parla di vere e proprie “sequenze coreografiche”), in accordo o in programmatico disaccordo con un’emissione acustica: che non è una musica composta in precedenza, ma un flusso di suoni che si svolge nel tempo ed è concepito solidalmente ai movimenti luminosi.

Manzoni, Placentarium, 1960

Manzoni, Placentarium, 1960

Così come l’esperienza della pittura monocroma, che vede in quegli anni Piene affiancarsi ad artisti come Mack, Klein, Manzoni, Castellani, mira a distillare la sensazione visiva sino alla purezza originaria, i Lichtballetten sono danza senza corpi in uno spazio indefinito, e rappresentano un punto assoluto di sintesi tra le arti.

Piero Manzoni nel 1960 progetta proprio per i Lichtballetten il Placentarium, una “sala di proiezione pneumatica” che li deve ospitare. Si tratta di una cupola sferoidale di diciotto metri di diametro retta da aria compressa, in cui lo spettatore sia completamente straniato in un’esperienza estetica che lo avvolge coinvolgendo tutti i suoi sensi. L’idea, costosissima e un po’ troppo avanti per i tempi, non avrà seguito. Ma sarà il seme da cui nasceranno moltissime esperienze artistiche successive.