Vasco Bendini. Traces of Dreams, RH Contemporary Art, New York, sino al 6 giugno 2015

Per un destino impreveduto, la prima mostra postuma di Bendini è anche il suo debutto statunitense: segno che il suo lavoro appartato intorno a una pittura autre di forte densità emotiva non è leggibile solo con i codici del dibattito italiano: anzi.

Bendini, from series 'Soul Modes',  2004

Bendini, from series ‘Soul Modes’, 2004

Le opere esposte datano dal 2004 al 2012 e documentano l’ultima fervida stagione dell’artista. Abbandonata ogni altra preoccupazione che non sia il l’“a tu per tu” ogni volta ultimativo con la tela,  l’artista si pone in una condizione di sapienza meditante e meditata che prosciuga ogni retorica possibile, in cerca di una tersa severa asciutta pienezza.

Nel silenzio operoso dello studio ogni quadro è una conflagrazione senza dramma, anzi di lucida, partecipe dolcezza. A ogni inizio Bendini provoca l’immagine trovandone appena un’intonazione, una movenza prima. Lascia che poi il processo si dipani in una sorta di cecità sapienziale, come per una naturalezza ormai congenita al processo, alla mano, all’animo: sino a farsi spazio della luce con la luce, d’una materia che si smemora della propria sostanza, sino a farsi immagine ultima possibile.

La necessità di questa pittura è la meditazione profonda che Bendini intesse intorno a un senso e non senso che non riguardi tanto la ratio interna dell’immagine pittorica, ma che tocchi corde profonde, il dubbio esistenziale definitivo.

Bendini, from series 'The received image', 2012

Bendini, from series ‘The received image’, 2012

Egli giunge, con queste opere, a una sorta di bellezza che non si afferma ma che lascia intravvedere la propria anima problematica, periclitante, interrogativa: non, nel laicismo sereno dell’artista, d’aroma metafisico, ma che certo non si vuole più di questo mondo.