Lucio Fontana. Torso Italico, in “La Ceramica”, 24, Milano, marzo 2015

In un testo del 1936 Edoardo Persico spende, a proposito della scultura di Lucio Fontana, il termine “primitivismo”: che non è ipotesi definitoria, ma piuttosto il riferimento a un clima tutto, quello della generazione – che s’estende in scultura sino a Manzù – ormai lontana dai protocolli classicisti del paradigma greco e aperta a una visione in odore di barbarico: del resto proprio dal  1923 e dalla fondamentale Die Kunst der Primitiven di Herbert Kuhn il valore di ‘barbarico’ e ‘primitivo’ non suona più svalutativo nella storia delle arti.

A proposito di quella stagione di Fontana esce ora lo studio prezioso che Paolo Campiglio, uno dei massimi esperti dell’artista, dedica al Torso Italico del 1938 (Scalpendi, 2014), opera monumentale e strepitosa della sua maturità prima.

Fontana, Torso Italico, 1938

Fontana, Torso Italico, 1938

Fontana pratica le vie dell’abbreviazione brusca, concitata della forma, di volumetrie essenziali, di strutture lineari asciutte e frementi: “limpide e ardenti”, scrive allora Raffaele Carrieri.

È come l’Augusto di Prima Porta, il Torso, nella deliberata enfasi retorica dell’abbrivio iconografico. Ma si serra, essenziale e radicalmente anticlassico oltre che pienamente antieroico, in una materia che avvampa di colori forti e scabri. A partire dall’epicentro di quest’opera Campiglio muove per tracciare un quadro generale del Fontana anni ’30, il cui sguardo trascende la questione – per l’artista già oziosa a quelle date – del figurare e dell’astrarre perché punta a una formatività tellurica, oscura e potente, d’altra necessità che non sia una preventiva clarté formale. È, secondo le parole di Piero Torriano nel 1932, “riportare la creazione artistica al suo atto originario, riducendola al primigenio nucleo espressivo”.

Fontana nasce essenzialmente, vocazionalmente scultore, forte di un rapporto consolidato e distillato con il mestiere, con il magistero altoartigianale che sempre gli consentirà di trascendere i limiti angusti – e quanto ideologici – tra ricerca pura e arte di destinazione: e la ceramica è per lui pratica cruciale, per quel suo essere costitutivamente, ove si voglia, matière-couleur e pelle luminosa: e corpo d’opera.

Scrive Campiglio: “Facile era allora l’equivalenza tra materia come terra e istintività dell’artista: entrambi erano il segno di una discesa di Fontana in una dimensione creativa essenziale, alle origini del segno e del gesto del creare, con l’intento di dare vita una nuova ipotesi formale che ripartisse dalle origini. Il disegno era da lui inteso innanzitutto come graffito, la terra era plasmata con le mani, colorata e cotta in modo da rappresentare una nuova forma”.

Fontana, Torso Italico, 1938

Fontana, Torso Italico, 1938

Da questo punto di vista è cruciale, ad esempio, rileggere nel libro l’intera monografia che Erich Baumbach e le leggendarie edizioni Campo Grafico dedicarono nel 1938 al Fontana scultore, insieme a una messe di documenti spesso improvvidamente considerati minori ma fondamentali ove si voglia comprendere l’artista al di là dello stereotipo fissato dalla stagione geniale dei tagli.

L’approccio delle generazioni di studiosi più giovani, felicemente orfane dei doveri mediocri della militanza d’avanguardia, è rivolto complessivamente non ad accendere ulteriori ceri votivi sull’altare del genio, ma a esplorare la personalità creativa tutta di Fontana, dando conto partitamente della sua radiante complessità anziché perseverare nell’ecolalia di un brand critico. Di questo approccio Campiglio è stato ed è uno dei maggiori interpreti, collegando con sagacia interpretativa le  ragioni delle sperimentazioni degli anni ’30 con le accelerazioni dell’art autre e dello spazialismo del dopoguerra, sino al vertice altissimo e per certi versi definitivo delle Nature.